Conti in ordine, salari no: l’Italia perde i suoi giovani

La situazione finanziaria dell’economia italiana è nel complesso soddisfacente (lo spread continua a viaggiare su valori minimi); i veri problemi riguardano l’economia reale: crescita economica, produzione industriale, mercato del lavoro.
La crescita economica continua ad essere troppo debole. Le ultime previsioni disponibili sono quelle del Fmi (aggiornate a gennaio), con una crescita del Pil dello 0,7% sia quest’anno che l’anno prossimo. L’Italia è ultima tra le maggiori economie: perfino la Germania, superata la recente crisi, dovrebbe crescere in modo più significativo (1,1% e 1,5% nei due anni).
Quanto alla produzione industriale, il relativo indice è calato nel 2025 per il terzo anno di fila: -0,2%, un po’ meglio del -3,5% del 2024 e del -2,5% del 2023, ma pur sempre di contrazione si tratta. Le difficoltà riguardano diversi comparti: dal settore automotive al tessile-abbigliamento (in parziale controtendenza sono invece il farmaceutico e l’alimentare). In un contesto già fragile, non hanno certo aiutato i dazi di Trump e c’è il persistente problema del costo dell’energia.
Riguardo al mercato del lavoro, a prima vista gli indicatori appaiono buoni. Gli occupati hanno superato i 24 milioni, con un tasso di occupazione al 62,5%; anche il tasso di disoccupazione è sui valori minimi da anni (5,6%), pur con una disoccupazione giovanile ancora troppo elevata (quasi il 20%).
Comunque, la crescita dell’occupazione – molto forte nel precedente quadriennio 2021-’24 – si era già fermata l’anno scorso (quando l’occupazione totale non si è contratta solo grazie al contributo degli «over-64»). Continua inoltre l’espansione dei lavoratori senior (50-64 anni): i lavoratori in questa fascia d’età sono aumentati di ben 1,5 milioni dal 2020; i più rigidi requisiti pensionistici hanno certamente avuto un ruolo…
Per quanto riguarda le posizioni contrattuali, è vero che l’incidenza dei lavoratori a termine è ora in diminuzione, ma si tratta di pur sempre 2,4 milioni di unità (all’interno di questa categoria i lavoratori interinali sono in espansione, come analizzato per il caso bresciano proprio su questo Giornale la scorsa settimana).
E veniamo all’ultima nota dolente: le retribuzioni. Già basse all’inizio, queste hanno perso ulteriormente negli anni recenti di elevata inflazione. Le retribuzioni contrattuali nel settore privato sono del 6,5% inferiori in termini reali a quelle del 2020. Le cause di questa situazione inaccettabile sono varie: la dinamica della produttività (anch’essa in diminuzione dal 2020), il peso dei settori a basso valore aggiunto (edilizia, turismo, servizi alla persona), l’incidenza delle imprese di piccole dimensioni, le frammentate relazioni industriali (con i conseguenti ritardi nei rinnovi contrattuali).
In questo contesto poco confortante, risalta l’assurda posizione dei giovani. Già penalizzati per la maggiore disoccupazione ed il lavoro spesso precario, i loro livelli retributivi sono incomparabili in un confronto internazionale. Tra tutte le analisi recenti, facciamo cenno a quella (realizzata da Mercier) sugli stipendi dei giovani.
Ebbene, per un neolaureato al primo impiego la retribuzione media si attesta sui 32mila euro annui: solo Spagna e Polonia sono leggermente indietro (ma in forte recupero) e, se si confronta il dato italiano con quello svizzero (90mila euro) od anche tedesco (57mila), non è così sorprendente la continua «fuga di cervelli» che penalizza le nostre giovani generazioni.
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