Che sarebbe stato un Consiglio europeo complicato, era nelle attese. L’invito del presidente Costa elencava una serie di temi già di per sé caldi, resi poi scottanti dall’imperversante clima elettorale in tanti Paesi membri: competitività, bilancio 2028-34, energia e sistema Ets, Ucraina, allargamento, immigrazione, Medioriente. Un affastellamento indicativo della mole di problemi cui i 27 si confrontano.
Il problema nasce da una sonora mancanza di unità nelle visioni. Già evidenti nelle dichiarazioni preliminari dei leader su temi quali il bilancio e la decarbonizzazione. Tensioni, da quanto è trapelato, inevitabilmente esplose attorno al tavolo negoziale. Con molti, tra premier e presidenti, pronti ad addossare la colpa di tanti trambusti a Costa, accusato di incapacità a reggere le fila delle questioni dibattute. Atteggiamento da un lato ingeneroso, dall’altro autoincriminante. Ingeneroso perché scarica le proprie responsabilità. Autoincriminante perché contestandone oggi una presunta inadeguatezza chiamano in causa il loro stesso giudizio, la loro stessa scelta.

Così la critica a Costa finisce col trasformarsi (forse neppure se ne sono accorti) in un atto d’autoaccusa. Già in passato (con la sola eccezione della presidenza di Donald Tusk) vi sono state lamentele del genere. Un modo per risolvere il problema potrebbe consistere nell’unificare la carica della presidenza del Consiglio con quella della Commissione. Ma, forse, è chiedere troppa saggezza.
Merz e i frugali pretendono drastici tagli al bilancio pluriennale. Altri, tra i quali Giorgia Meloni, ne vogliono uno più ambizioso. Il solito ritornello. Ricompare puntuale ogni sette anni. Non lo si risolverà sinché il sistema dei contributi da parte degli Stati membri, di fatto l’attuale, non sarà rimpiazzato da quello delle risorse proprie dell’Ue. Oggi, queste ultime non coprono più del 15% delle entrate. Consentirebbero di finanziare nuove priorità – tra le quali difesa ed energia – senza riflessi sui contributi nazionali. Tuttavia, la questione non è all’ordine del giorno. Una consistente risorsa propria non potrebbe prescindere da una tassazione europea, ma ciò richiederebbe il conferire al Pe potere di tassazione. Anche in questo caso sarebbe chiedere troppa saggezza.
Sull’ETS2, aspetto rilevante della competitività, è scontro aperto. Italia, Grecia, e gruppo Visegrad (i soci esteuropei), chiedono un rinvio al 2030, temendone l’impatto sui costi energetici di imprese e famiglie. Secco no dai nordici, temendone l’impatto sugli investimenti nelle rinnovabili. Entrambe legittime ragioni. Compromesso, nessun rinvio, ma una ulteriore valutazione dell’ETS2 da parte della Commissione.
Un fatto su cui riflettere: noi europei contribuiamo al 6% delle emissioni globali (dati Commissione Ue 2023). Pur azzerando, la situazione non muterebbe granché. La quota di Cina e India sfiora il 40%. Chiediamoci se i nostri extra-costi siano proporzionali ai risultati e se non ci si debba dare da fare per un’azione efficace sui maggiori emettitori mondiali. Qui la saggezza è d’obbligo.

Infine, l’Ucraina. Zelensky ha lanciato un avvertimento. Se crolla aspettatevi una ventina di milioni di profughi. Un conto inquietante. Per loro, ma pure per noi. Ha poi presentato il conto in euro: 70 miliardi. Non è in discussione il sostegno dell’Ue all’Ucraina, ma certo se, per far fronte a una richiesta per cui ad ora non vi è copertura potessero essere mobilizzati almeno una parte dei 300 miliardi dei beni russi congelati nelle banche europee, il sostegno diverrebbe ben più efficace. Ma non v’è menzione nelle Conclusioni. Anche qui è questione di saggezza. Parafrasando il Virgilio di Dante, l’Ue, saggezza «va cercando ch’è si cara» per la nostra e l’altrui prosperità e libertà.




