La popolazione resta scettica, perché di tentativi di accordi di pace finora ce ne sono stati almeno cinque, ma sono sempre stati disattesi, e allora la domanda che aleggia è: «Perché stavolta dovrebbe essere diverso?» In realtà qualcosa di nuovo c'è. La dichiarazione di principi per mettere fine ai conflitti nel Nord e Sud Kivu, firmata il 19 luglio a Doha, capitale del Qatar, tra il governo della Repubblica Democratica del Congo e i rappresentanti del gruppo paramilitare M23, che controlla varie zone dell'Est del Paese, tra cui i due capoluoghi di provincia, Goma e Bukavu, e del suo braccio politico, l’Afc (Alleanza del Fiume Congo), pone degli step chiari, con scadenze ravvicinate.
Innanzitutto, entro il 29 luglio, dovranno essere attuate le disposizioni previste, ovvero il «cessate il fuoco permanente, che comprende il divieto di attacchi di qualsiasi tipo, di diffusione di propaganda d'odio e di incitamento alla violenza e di qualsiasi tentativo di conquistare o modificare posizioni con la forza sul terreno». Importante il richiamo al divieto di «propaganda» che ha giocato un ruolo importante in un territorio dove il 70% dei giovani ha un accesso limitato all'istruzione. Incapaci di decodificare la disinformazione che alimenta l'odio inter-etnico, vengono facilmente reclutati dalle varie milizie.




