Opinioni

«Le città di pianura» è il manifesto della provincia italiana

Non ci sono Roma o Milano al centro della scena né Napoli, la Puglia o la Sicilia. Stavolta sul palco scorre un’altra Italia: il paesaggio veneto, che non è altro che un pezzo dimenticato del Paese
Antonio Borrelli

Antonio Borrelli

Giornalista

Una scena tratta dal film «Le citta di pianura»
Una scena tratta dal film «Le citta di pianura»

Prima del trionfo ai David, prima del battage mediatico, c’è stato il passaparola. Un vecchio adagio che nell’epoca del digitale non va più di moda. Per settimane, chi usciva dal cinema consigliava al prossimo di andare a vederlo. È così che da pellicola di nicchia «Le città di pianura» si è fatto manifesto della provincia italiana.

Non ci sono Roma o Milano al centro della scena né Napoli, la Puglia o la Sicilia. Stavolta sul palco scorre un’altra Italia: la pianura veneta, che non è altro che un pezzo dimenticato del Paese.
Del road movie si è detto tanto, così come dei paragoni con «Il sorpasso». Quella è la matrice: ma la riconsiderazione dell’errore pseudo-evoluzionistico dell’industrializzazione e del consumo ha un punto di vista meno fatalista di Dino Risi, con la possibilità di sopravvivenza che vive ancora nell’azzardo. Non c’è più bisogno di schiantarsi perché di quel boom che il film di Risi criticava restano solo i ricordi, il paese è già schiantato (come spiega Carlobianchi al tedesco che è venuto in un tardivo Grand Tour a cercare il bello italiano).

Ma quello di Francesco Sossai è soprattutto un film sull’americanizzazione, sul dilagare dei capannoni in quella che era la culla del Rinascimento. La storia sull’amicizia tra i due antieroi bukowskiani e il giovane studente scaraventato nella vita si dipana lungo un tragitto che conta infiniti pit stop in locali e bar. Tra una bevuta e l’altra che non è mai l’ultima scorre in chiave tragica e ironica un paesaggio devastato, anarchico e periferico. Che non è un’esclusiva del Veneto.

Anche la vicina Padania, un’area non formalmente riconosciuta ma fortemente identitaria, sembra richiamare a quel paesaggio contemporaneo. Campi e capannoni, bar con mini-Torre Eiffel e ristoranti con Statue della Libertà in miniatura, palme tra la nebbia e giardini di ville storiche mangiati dall’alta velocità. È qui che la vita per gli abitanti è diversa da quella degli altri, è qui che gli stessi comportamenti umani cambiano e si adattano a quella routine fatta di asfalto e cemento. Ne «Le città di pianura» l’amicizia e la fuga come unica soluzione di vita inseguendo l’ultima bevuta sembrano allora il contraltare poetico al fallimento plastico del capitalismo. La denuncia silenziosa di un popolo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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