La 71ª edizione dei David di Donatello, andata in scena ieri sera a Cinecittà, ha consegnato un verdetto netto e, per certi versi, sorprendente: il film dell’anno è «Le città di pianura» di Francesco Sossai. Il road movie veneto ha vinto otto premi, tra cui miglior film, regia, sceneggiatura originale, produttore, attore protagonista, casting, montaggio e canzone originale. Alle sue spalle, «Primavera» si è fermato a quattro statuette, mentre «Le assaggiatrici» e «La città proibita» ne hanno raccolte tre a testa.
I premi
Due premi per «Gioia mia», compreso quello ad Aurora Quattrocchi come miglior attrice protagonista, e riconoscimenti singoli per «Fuori», «Nonostante», «Buen camino» (David dello Spettatore per il maggior numero di biglietti staccati), «Everyday in Gaza», «Roberto Rossellini - Più di una vita» e «Una battaglia dopo l’altra», trionfatore agli Oscar e qui premiato come miglior film internazionale.
Tutto questo dentro una cerimonia che, come spesso accade ai David, ha confermato una specie di misteriosa vocazione nazionale alla sofferenza televisiva: tempi lunghi, discorsi interminabili, passaggi di conduzione non sempre fluidi, una solennità che spesso e non volentieri scivola nel disagio. Il cinema italiano, quando sale su un palco, sembra ancora incapace di contenersi: ringrazia, precisa, corregge, si commuove, rilancia, denuncia, spiega. Il risultato è un costante senso di imbarazzo che trasforma una festa dell’industria in una prova di resistenza per chi guarda da casa.
Il palmarès
Eppure, dietro la liturgia affaticata della serata, il palmarès ha una sua coerenza. La vittoria di «Le città di pianura» è il segnale più interessante dell’edizione, perché premia un film piccolo solo in apparenza. Senza avere la posa monumentale del grande cinema d’autore, la confezione rassicurante del film storico o la frontalità del tema civile.
Lavora invece di lato, per accumulo di gesti, paesaggi, incontri, bevute, silenzi e fallimenti. Racconta due uomini maturi, Carlobianchi e Doriano, figure sbandate e malinconiche, e il loro incontro con Giulio, uno studente di architettura che sembra portare addosso un’inquietudine più giovane ma non meno impantanata. È qui che il film trova la sua attualità: nel confronto tra il torpore smanioso delle nuove generazioni, sempre pronte a muoversi ma spesso incapaci di capire dove andare, e la malinconia arresa di chi è arrivato prima e ha già fatto pace, o quasi, con l’idea di non essere diventato ciò che sperava.
La trama
Il Veneto dipinto da Francesco Sossai (regista 37enne) è un paesaggio mentale: la pianura attraversata dai personaggi diventa il luogo di un’Italia che ha consumato il mito del Nordest produttivo e ora ne osserva i resti - capannoni, strade, bar, rotonde, spazi intermedi, pezzi di modernità incompiuta. Dentro questo ambiente, «Le città di pianura» riesce a trasformare una storia di sbandati in una riflessione più ampia sul Paese. Non c’è sociologia dichiarata, e proprio per questo funziona: il film non spiega il disagio, lo lascia sedimentare nei corpi e nei luoghi. Non punta al grande discorso, ma all’impressione precisa. È una commedia malinconica, un viaggio storto, un racconto di provincia che guarda alla tradizione della commedia all’italiana, a un certo cinema di marginali e perdenti, ma senza nostalgia ornamentale.
Per questo il trionfo appare tutto sommato giusto. «Le città di pianura» è diventato il caso dell’anno perché è riuscito a essere insieme accessibile e laterale, buffo e dolente, radicato in un territorio ma leggibile anche fuori da quel territorio. E il suo successo ai David risalta ancora di più se confrontato con lo zero alla voce premi per «La grazia» di Paolo Sorrentino. Il film del regista italiano più famoso all’estero in questi anni arrivava con quattordici candidature e con il peso simbolico del «palazzo» del cinema italiano: autore consacrato, immaginario alto, centralità produttiva e culturale. L’Accademia, invece, ha scelto la pianura contro il palazzo. Ha premiato una forma meno istituzionale, meno verticale, meno protetta. Non è una rivoluzione, naturalmente: i David restano i David, con tutti i loro equilibri interni. Ma è una scelta che dice qualcosa sul desiderio di trovare altrove, lontano dai nomi più previsti, un’immagine meno scontata del cinema italiano.
Il resto del palmarès disegna un panorama più tradizionale. «Primavera», lanciato con ambizione e riconosciuto con quattro premi tecnici e artistici, rappresenta bene il classico film italiano in costume: colto, elegante, costruito con mestiere, legato a una cornice storica e musicale forte. È cinema di confezione, nel senso migliore e anche più prevedibile del termine. «Le assaggiatrici», invece, resta uno dei titoli più curiosi dell’annata, almeno sulla carta. La premessa è potente: le donne costrette ad assaggiare il cibo destinato a Hitler per verificare che non fosse avvelenato. Una storia che contiene paura, corpo, potere, sopravvivenza, colpa e sottomissione. Il film di Silvio Soldini ha raccolto tre David, tra cui sceneggiatura non originale e David Giovani, ma continua a lasciare l’impressione di un’opera più intrigante nell’idea di partenza che nel risultato complessivo.
Alla fine, come spesso accade, i David hanno parlato anche di se stessi. Dai discorsi dal palco sono emersi i temi ricorrenti dell’industria: la fragilità delle sale, la richiesta di sostegno pubblico, la paura che il cinema italiano perda spazi, pubblico e centralità. Aurora Quattrocchi ha chiesto la riapertura delle grandi sale, contrapponendole alle piccole sale dove, ha detto, «il film non viene visto». Lino Musella ha portato sul palco un intervento politico, chiuso con il riferimento alla Palestina libera. Sergio Romano ha ricordato che l’Italia ha bisogno di essere raccontata e guardata. Sono interventi diversi, alcuni più efficaci, altri più enfatici, ma tutti indicano lo stesso punto: il cinema italiano continua a vivere in bilico tra richiesta di attenzione e crisi di identità. I David, con la loro cerimonia faticosa e i loro verdetti talvolta illuminanti, sono ancora il luogo in cui questa contraddizione si vede meglio. Anche quando guardarla, per lo spettatore, richiede una certa pazienza.



