Cipro alla guida dell’Europa, il peso geopolitico dei piccoli

Il paese conta perché parte di un qualcosa di molto più grande. La sua voce può essere ascoltata in quanto esiste un sistema istituzionale in cui può esprimersi e influire sulle decisioni
Il cartello al Palazzo Ue a Bruxelles - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il cartello al Palazzo Ue a Bruxelles - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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«Rifiutiamo l’uso di termini come "occupazione", "invasione" e "divisione" nel contesto dell’isola di Cipro, presenti nei discorsi pronunciati durante l’evento tenutosi il 7 gennaio per celebrare l’assunzione della presidenza dell’Ue da parte della Amministrazione greco-cipriota di Cipro del Sud».

Così il portavoce del Ministero degli Esteri della Turchia, a commento della cerimonia di avvio della presidenza cipriota del Consiglio Ue per il primo semestre di quest’anno. Basta l’uso del termine «Amministrazione greco-cipriota» a rivelare la permanente tensione tra i due Paesi.

Tali parole dicono molto sull’attenzione di Ankara a quanto succede nell’Ue. Anche per eventi ai quali i commentatori delle vicende europee dedicano poca attenzione. In effetti le presidenze semestrali sono considerate come un fatto quasi simbolico. Una sorta di retaggio del passato, quando il Consiglio europeo era un organo informale. Eppure, e la presidenza cipriota lo conferma, le cose non stanno proprio così.

Con il suo Pil da 35 miliardi di euro, Cipro è sì – dopo Malta – la più piccola economia dell’Ue, ma il suo peso politico va ben oltre le dimensioni economiche. A evidenziarlo è proprio la Turchia. I suoi media, già da dicembre avevano cominciato ad alzare più di un sopracciglio sul programma della presidenza semestrale.

Innanzitutto, le usuali lamentele: mancato riconoscimento dello Stato e dei diritti dei turco-ciprioti (ma come è possibile riconoscere uno Stato di fatto colonizzato per via della presenza militare turca?), sfruttamento greco-cipriota della presidenza per promuovere narrazioni distorte e posizioni intransigenti, le quali dimostrano come l’Ue non sia un attore neutrale per raggiungere un accordo.

Ma sono le priorità del programma, non tanto in sé ma per il modo in cui Cipro potrebbe gestirle, e i cui dettagli verranno presentati al parlamento europeo il 20 gennaio, a destare le preoccupazioni di Ankara. La principale di queste è «rafforzare l’architettura di sicurezza europea e la capacità dell’Ue di difendere i propri cittadini e i propri interessi».

In particolare, «promuovere l’implementazione rapida del Libro Bianco sulla Difesa Europea e la relativa Roadmap for Defence Preparedness 2030, strumenti chiave per aumentare l’efficacia difensiva dell’Ue».

Inoltre, si propone di sostenere progetti di difesa chiave, come la strategia dell’industria europea della difesa, il programma l’European Defence Industry Programme, così come lo strumento finanziario Security Action for Europe (SAFE). Infine, ridurre le dipendenze esterne e potenziare la capacità europea di rispondere alle crisi in modo autonomo.

Ora, a dimostrazione appunto di come anche i piccoli possano contare nell’Ue, la Turchia, pur disponendo del secondo esercito più potente della Nato, teme di veder compromesse le proprie ambizioni di venir coinvolta nello sforzo di ammodernamento ed espansione dell’industria europea della difesa.

È diffuso il timore, sebbene la Turchia abbia rafforzato la cooperazione in materia di difesa con gli Stati europei negli ultimi anni, dei possibili effetti delle aumentate obiezioni da parte di Cipro e della Grecia. Ne è esempio il veto alla partecipazione turca al programma SAFE. Ancora, «Durante questo periodo – dichiara al maggior organo di stampa del regime di Erdogan un eminente politologo – l’amministrazione greco-cipriota potrebbe fare pressione per il ritiro delle truppe turche», sottinteso da Cipro Nord.

Ora, prescindendo dal merito, vi è un significato generale nelle preoccupazioni di una potenza economica e militare come la Turchia, in questo specifico caso, di fronte a chi lo è tanto meno in entrambi i campi. Cipro conta perché parte di un qualcosa di molto più grande.

La sua voce può essere ascoltata in quanto esiste un sistema istituzionale nel quale può esprimersi e influire sulle decisioni. Ciò spiega perché il grande si senta intimorito dal piccolo. In definitiva Europe matters. Ma dobbiamo crederci.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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