Cecilia Sala è libera, la diplomazia vince sulla forza

Più della forza poté la diplomazia. L’approccio muscolare alla soluzione di crisi internazionali per fortuna non attiene al nostro Paese. E nelle relazioni con uno Stato espressione di una storia bimillenaria, una postura aggressiva non sempre paga. Lo sanno bene gli Usa che, nel 1980, per risolvere la questione degli ostaggi rinchiusi in ambasciata avevano pianificato di assaltarla ed esfiltrare con gli elicotteri i 52 prigionieri in un blitz che avrebbe ricordato Saigon 1975.
Allora fu una fuga precipitosa, qui sarebbe dovuta essere una mirabile azione militare. Finì in tragedia: statunitensi ancora nelle mani degli iraniani e vi rimarranno per oltre otto mesi e perdite significative tra le fila delle squadre d’assalto americane. Una ferita quella degli ostaggi che Trump, durante il suo primo mandato, ricordò più volte. Decise di ribaltare l’approccio conciliatorio tenuto da Barack Obama e di ritirarsi unilateralmente dagli accordi sul nucleare, facendo ripiombare Teheran in una profonda crisi economica. Fu la postura tenuta da Trump a dare vigore agli ultraconservatori iraniani che, con rinnovata retorica, riattualizzarono la definizione che Khomeini diede degli Usa: Shaytan-e borzog; il grande Satana, e poterono sconfessare i passi compiuti dal moderato Rouhani, reo di aver creduto alle mendaci promesse dell’Occidente.
Tra poco più di undici giorni Trump farà ritorno alla Casa Bianca e conscio della debolezza intrinseca di un regime che sul piano interno continua a vedere forme di protesta che stentano a sopirsi e che attaccano le fondamenta ideologiche della Repubblica Islamica, mentre la dimensione internazionale ha visto andare in frantumi il progetto di consolidare la mezzaluna sciita, quale strumento ideologico-religioso per influenzare i territori che dal Golfo Persico si estendevano sino al Mediterraneo, il Presidente iraniano Pezeshkian, con profondo senso pragmatico, è alla ricerca di nuovi canali di comunicazione.
E paradossalmente la diplomazia degli ostaggi è stata funzionale a questo scopo, con un’Italia, dapprima inconsapevole, poi sempre più cosciente di poter giocare un ruolo rilevante in ambito internazionale, così come di possibile interlocutore indiretto tra Teheran e Washington. In prima battuta per riportare a casa nel più breve tempo possibile, Cecilia Sala, arrestata e detenuta pretestuosamente per aver violato le leggi della Repubblica Islamica, anche a costo di una trattativa che nei fatti apprendiamo esserci stata.
La rotta che dall’aeroporto di Mehrabad conduce a Ciampino è inevitabilmente passata da Mar-a-Lago, in Florida. Il piano politico si è necessariamente intersecato con quello dell’intelligence, gestito dall’Italia anche in questo caso direttamente dalla Presidenza del Consiglio e dall’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, con indubbi colloqui intercorsi probabilmente con Esmail Khatib, ministro dell’Intelligence e il generale Mohammad Kazemi dei Pasdaran, uomini di fiducia della Guida Suprema Khamenei, senza l’avallo del quale la liberazione della Sala non sarebbe mai potuta avvenire. Il che sta a significare che anche nella complessa multiformità della politica iraniana v’è stata una convergenza di vedute su quale debba essere l’interesse preminente di questo complicato affaire: sul piano pratico cercare di non far estradare negli Stati Uniti Mohammad Abedini, pedina fondamentale per parte dell’apparato ingegneristico iraniano, ma su un piano più sostanziale puntare alla sopravvivenza di un regime che se dovesse continuare a chiudersi in una retorica antioccidentale e di scontro, metodiche che portano ad un isolamento eterodiretto, rischia di implodere sotto le sanzioni e le pressioni interne.
In seconda battuta l’Italia ha iniziato a dare segnali di una svolta radicale nella conduzione delle relazioni internazionali, sposando un approccio caro al futuro Presidente degli Stati Uniti: da una postura liberistica si è infatti passati all’applicazione di un rigoroso realismo, in cui lo Stato si fa attore principale. E proprio l’Italia sarebbe stata scelta quale interlocutore privilegiato per questa comunanza nell’approccio di politica estera con Washington, ma anche come punto di riferimento europeo, dato che le relazioni tra Teheran e Berlino sono state pesantemente compromesse all’indomani della condanna a morte di un cittadino iraniano-tedesco nel 2024; mentre con Parigi i rapporti sono ostacolati dalla detenzione di tre cittadini francesi proprio a Evin. Per loro il macabro gioco della diplomazia degli ostaggi continua. Per l’Italia si apre invece un periodo nel quale potrà mettere a sistema gli ottimi rapporti che da sempre ha avuto con gli Stati Uniti e soprattutto con l’Iran, riguadagnando quel ruolo di attore primario nelle politiche mediorientali perduto da tempo. Con la forza della sua diplomazia.
Michele Brunelli – Docente di Storia ed istituzioni afroasiatiche, Università di Bergamo
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