Più della forza poté la diplomazia. L’approccio muscolare alla soluzione di crisi internazionali per fortuna non attiene al nostro Paese. E nelle relazioni con uno Stato espressione di una storia bimillenaria, una postura aggressiva non sempre paga. Lo sanno bene gli Usa che, nel 1980, per risolvere la questione degli ostaggi rinchiusi in ambasciata avevano pianificato di assaltarla ed esfiltrare con gli elicotteri i 52 prigionieri in un blitz che avrebbe ricordato Saigon 1975.
Allora fu una fuga precipitosa, qui sarebbe dovuta essere una mirabile azione militare. Finì in tragedia: statunitensi ancora nelle mani degli iraniani e vi rimarranno per oltre otto mesi e perdite significative tra le fila delle squadre d’assalto americane. Una ferita quella degli ostaggi che Trump, durante il suo primo mandato, ricordò più volte. Decise di ribaltare l’approccio conciliatorio tenuto da Barack Obama e di ritirarsi unilateralmente dagli accordi sul nucleare, facendo ripiombare Teheran in una profonda crisi economica. Fu la postura tenuta da Trump a dare vigore agli ultraconservatori iraniani che, con rinnovata retorica, riattualizzarono la definizione che Khomeini diede degli Usa: Shaytan-e borzog; il grande Satana, e poterono sconfessare i passi compiuti dal moderato Rouhani, reo di aver creduto alle mendaci promesse dell’Occidente.




