La casa nel bosco e tutti gli altri fuori: cosa vuol dire essere genitori

La storia della famiglia nel bosco par quasi ormai una serie tv, grazie a un bombardamento mediatico, incalzante. Le notizie arrivano frammentate, pochi hanno letto gli atti ufficiali, le immagini dei bambini spopolano ovunque con buona pace per la Convenzione di New York. In realtà siamo spettatori di un puzzle tutto da ricomporre, ancora privo di un’immagine di riferimento.
La pancia si riempie di emozioni collettive, guardiamo le nostre stesse tensioni irrisolte tra libertà e conformità, famiglia e Stato, vita autentica e vita socialmente approvata, tra amore e libertà di scelta. La vicenda ha toccato una corda profonda: la paura arcaica per i bambini, quella zona emotiva che non ammette sfumature. Eppure c’è qualcosa di straordinario in questo quadro.
In un mondo dove la disgregazione familiare è, ahimè, all’ordine del giorno, quella famiglia era un'anomalia positiva. Genitori coesi. Figli immersi in un ambiente naturale non mediato dagli schermi. Un esempio quasi perfetto di un ecosistema familiare funzionante per dirla alla Gregory Bateson (padre della Teoria dei Sistemi). Ma Bateson ci ha insegnato anche che un sistema è sempre parte di sistemi più ampi interconnessi, che la famiglia ha un ciclo vitale fatto di eventi normativi (prevedibili) e paranormativi (imprevedibili) che fanno irruzione in un momento preciso, cambiando tutto e chiedendo il tributo di una ricomposizione.
Non un'ispezione. Non una denuncia ideologica. Non un conflitto con il vicinato, ma un innesco biologico, naturale e brutale nella sua semplicità (un'intossicazione da funghi) ha annientato il sistema Trevallion- Birmingham, tradito da quella stessa natura che avevano scelto come luogo d’elezione, costringendoli a bussare al sistema-Stato. C'è qualcosa di simbolico in ciò: non è stata la scelta di vivere nel bosco, non l'assenza da scuola, non il rifiuto dell’igiene o la casa senza comfort, ma la stessa natura, idolatrata come unica alternativa al mondo artificiale, che li ha spinti altrove, dentro la stanza di un pronto soccorso, a tracciare lo strappo definitivo. Non è la storia di una famiglia deviata né di uno Stato oppressore.
È la storia di due sistemi interconnessi che cercano di convivere trovando nel linguaggio comune della cura la mediazione fra logiche differenti. Ed è anche, forse, la storia di un amore genitoriale così totalizzante da dimenticare che i figli appartengono alla vita e al mondo. Un bimbo di sei anni nel bosco è un'immagine evocativa, romantica, bella. Un adolescente di 14/15 anni è un capitolo diverso.
Erik Erikson, nelle sue teorie sullo sviluppo, è chiaro: l'adolescenza richiede un campo di sperimentazione sociale - amicizie, conflitti, prime relazioni affettive, fallimenti in contesti sicuri. E qui emerge la tensione più sottile e più difficile: l’amore, da solo, non basta a garantire che un figlio abbia tutto ciò di cui ha bisogno per diventare un adulto libero. Non si tratta di giudicare. Si tratta di riconoscere che la responsabilità genitoriale non è solo proteggere i figli dal mondo, ma anche prepararli ad abitarlo. Oggi li vediamo saltellare felici fra gli educatori, il padre, la nonna, la zia e andare a scuola fra pari. Mi piace pensare che la foresta vivente, nella sua sapienza arcaica, abbia diretto le cose e spinto quelle piccole anime dove dovevano stare.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
