Nel maggio del 1917, nelle stanze del Palazzo Apostolico, si consumò un incontro destinato a segnare la grammatica diplomatica del XX secolo: il cardinale Pietro Gasparri, architetto della politica estera di Benedetto XV, ricevette Nahum Sokolow, il diplomatico inviato dall’Organizzazione Sionista Mondiale per sondare gli umori della Chiesa. In quel colloquio, Gasparri pronunciò le parole che ancora oggi rappresentano il fulcro della dottrina vaticana: «È molto difficile per noi ammettere che gli ebrei diventino i padroni della Palestina». Non era una dichiarazione di ostilità confessionale, ma l’esordio di una complessa dottrina geopolitica: la difesa dell’universalità dei Luoghi Santi contro ogni forma di esclusivismo nazionale.
Quarantacinque anni dopo quel colloquio, nel gennaio del 1964, Paolo VI compì il primo storico pellegrinaggio di un pontefice in Terra Santa, rendendo plastica quella dottrina. Fu un viaggio di silenzi eloquenti. Attraversando la Porta di Mandelbaum in una Gerusalemme ferocemente divisa, il Papa ebbe cura di non pronunciare mai il toponimo «Israele» nelle allocuzioni pubbliche, preferendo il termine biblico e geografico di Terra Santa.




