Pascal e le riflessioni sull’incapacità di stare da soli

Ieri, per caso, sono incappata in questa riflessione di Blaise Pascal: «Quelle volte in cui mi sono messo a considerare le diverse forme d’inquietudine degli uomini, i pericoli e i dolori a cui si espongono, a corte, in guerra, e da cui sorgono tante liti, passioni, imprese audaci e spesso malvagie, mi sono detto che tutta l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa, non sapersene stare in pace in una camera».
Nello scritto originario, tratto da Pensieri, questa affermazione trovava, poi, una lunga e articolata spiegazione filosofica che la confermava e la smentiva allo stesso tempo. Decontestualizzata, questa idea di una camera eremitica, come luogo di contenimento dei pericoli insiti nella natura umana ha un certo fascino, quasi perverso.
È anche vero però quanto afferma un famoso detto buddista che dice: «Puoi anche andare dall’altra parte del mondo, ma se non esci da certe stanze della tua mente abiterai sempre nello stesso luogo». Non sarebbero tanto i luoghi fisici a creare infelicità, quanto quelli della mente e dell’anima. Quante e quali stanze abitano quindi la nostra mente? In quali stanze mentali ci costringiamo a vivere?
Nel mondo delle relazioni accade proprio questo: interagiamo con gli altri ingabbiati dentro le nostre piccole stanze mentali, incatenati alle nostre idee, alle nostre ossessioni, alle fissazioni, ai pregiudizi ed anche, a volte, paradossalmente all’inerzia di certi stati indefiniti che ricordano il gatto della famosa scatola Schrödinger.
Nel 1935, il fisico austriaco Erwin Schrödinger si servì di questo esempio, diventato poi famosissimo, per illustrare un paradosso del sistema quantistico: un gatto è chiuso in un scatola a cui è collegato un dispositivo letale, se una certa sostanza esegue casualmente un decadimento radioattivo, questo fenomeno rompe una boccetta di veleno che ne provoca la morte. Dal momento che il decadimento radioattivo è un fenomeno quantistico imprevedibile, per l’osservatore esterno il gatto dentro alla scatola è vivo e morto allo stesso tempo, almeno finché qualcuno non la apra.
La situazione del gatto di Schrödinger è la condizione di omeostasi di tantissime persone, all’interno delle relazioni umane e amorose, che scelgono di restare in una continua ambiguità evitando di aprire la scatola ed accettare la realtà di quello che osservano. Se non vedo, non sono costretto a prendere decisioni. Ciò che non osservo non esiste.
Secondo il paradosso di Schrödinger, queste persone sarebbero contemporaneamente né vive né morte, né gioiose né in lutto, né stabili né instabili, né felici, né depresse. Un po’ come starsene chiusi, in pace, nella camera di Pascal. Perché anche non scegliere è una scelta e l’indecisione una decisione: prolungare per esempio un continuo stato ibrido dentro ad un mondo dove tutto è ancora possibile.
L’incertezza consente, in fondo, la fecondità di una messe infinita di «possibilità possibili» tanto, volenti o nolenti, in un mondo in continuo movimento la realtà prima o poi ci busserà alla spalla allorquando, come ha magistralmente scritto Baricco: «l’onnipresente e logica rete delle sequenze causali si arrende, colta di sorpresa dalla vita, e scende in platea, mescolandosi tra il pubblico, per lasciare che sul palco, sotto le luci di una libertà vertiginosa ed improvvisa, una mano invisibile peschi dall’infinito grembo del possibile e tra milioni di cose, una sola ne lasci accadere».
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