Vincenzo Costa: «Vita più saggia e felice grazie alle emozioni»

Karl Jaspers, filosofo e psichiatra, autore del trattato di Psicopatologia Generale (1913), fu tra i primi a cercare di integrare metodo scientifico e metodo filosofico nello studio della soggettività umana, invitando a «lasciare da parte tutte le teorie tramandate», per «comprendere l’affettività nella sua reale esistenza».
Un compito sviluppato attraverso studi pressoché unici in Italia – condotti di pari passo a pratiche di consulenza in ambito clinico – da Vincenzo Costa, professore ordinario di Filosofia teoretica nell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove insegna Fenomenologia. Una disciplina fondata da Husserl, del quale Costa è uno dei maggiori specialisti, che consiste nel descrivere e interpretare i fenomeni in relazione alla «coscienza» che ne abbiamo.
Tra questi non vi sono solo le «cose» materialmente intese, ma tutte le «esperienze»: la «vita vissuta» in quanto tale, costellata di «giudizi» e «valori», frutto della nostra capacità cognitiva, ma anche di «sentimenti» ed «emozioni», propri di quella «relazionale». Le emozioni parlano dei nostri legami, e i nostri legami – quelli che scegliamo o rifiutiamo, quelli che dimentichiamo o ricordiamo, quelli che spezziamo o immaginiamo – parlano di noi, della nostra «vita emotiva».
È questo il tema che il prof. Costa porterà a Brescia nella rassegna «Le Parole del Monastero» dedicata al «disagio».
Professore, la fenomenologia insegna a «non assumere per vero» tutto ciò che si «crede» vero: quali sono i pregiudizi che avvolgono la nostra mente?
Prima di dire quali siano bisognerebbe far chiarezza su come agiscono in noi, e a tal proposito c’è una lunga storia che va sotto il nome di «civilizzazione», una pulsione egemonica della ragione cognitiva – a discapito di quella emotiva – che a partire dall’età moderna ha fagocitato ogni campo della cultura e del sapere appropriandosi anche della definizione dei valori, come «volontà di potenza buona» finalizzata a una società tollerante, inclusiva.
A tutto ciò sottostà una grande questione filosofica, che in grande sintesi è riconducibile al dualismo cartesiano che contrappone oggetto pensato e soggetto pensante come fossero entità separate. Uno schema che, di pari passo alla rivoluzione scientifica moderna, ha prodotto le molte forme di riduzionismo che oggi mostrano i loro limiti, si pensi all’approccio neuroscientifico nello studio dei fenomeni psichici. È qui che diventa decisiva la prospettiva husserliana, perché elabora il concetto di «intenzionalità» capace di superare il dualismo nell’idea di «mente».
Che cos’è, dunque, la mente?
Le rispondo con una battuta: la mente non è una scatola, ma è un’apertura. Un essere possibile, non un già dato secondo regole deterministiche di causa-effetto, ma possibile per via della relazione. La mente è vita operante le cui operazioni sono tenute insieme da una logica specifica, certo, ma non computazionale, propria delle macchine, anche più evolute. La mente indica una vita soggettiva che esperisce, agisce e opera in riferimento a mondi altri e indipendenti rispetto ai quali, entrando in relazione, si trasforma. La vita della mente dipende strutturalmente dai contesti di senso che costituiscono il suo essere: è «situata» e «dislocata» al tempo stesso, cioè assume nuovi significati.
Facciamo degli esempi: il carattere di una persona che cos’è? La forma rigida che assume la connessione dei suoi vissuti, senza i quali non sarebbe ma alla quale quei vissuti non sono riducibili: essi danno forma all’esistenza di quella soggettività in movimento.
E le emozioni, rispetto alla mente, come si pongono?
Heidegger usava il termine «sentirsi situati»: questo sono le emozioni, nelle emozioni giunge a coscienza la posizione che l’esistenza occupa nel mondo.
La «coscienza» è tra le parole-chiave che la fenomenologia aiuta a riscoprire…
La filosofia ha il compito di portare riflessivamente a consapevolezza ciò che è maturato pre-riflessivamente nel movimento dell’esistenza. Si tratta di passare da una condizione nella quale provo certe emozioni, riconducibili a un ordine sociale e a una cultura, le elaboro o le censuro rispetto a questo ordine, ad una condizione nella quale so riconoscere, orientare, dare significato autonomo alle emozioni.
La questione è che pensiamo in un certo modo e abbiamo certi valori morali (bene e male, giusto e ingiusto) perché siamo strutturati socialmente, intellettualmente. Ma l’egemonia cognitiva, se può impedire che certe emozioni emergano nel discorso pubblico e nella vita sociale, non può impedire che continuino ad esistere e ad aprire nuove possibilità dell’agire.
Ad esempio: la rabbia che proviamo verso un’azione ingiusta, pur socialmente inammissibile, continua ad esistere con una funzione protettiva, come possibilità che può sfociare in un cambiamento.
Anche il disagio esistenziale e l’ansia, di cui parlerà al Monastero, hanno questo potere trasformativo?
Se il soggetto perde la capacità di riconoscere l’emozione e di comprendere che cosa essa dice all’esistenza si troverà davanti a un disagio senza nome che chiama «ansia». Ciò non impedisce di chiedersi da dove esso proviene, che significato ha rispetto al contesto e quale altro può assumere, anzi. Il potere - come dice lei - consiste nel modificare il rapporto che si intrattiene con le proprie emozioni: è quello di comprenderle.
In quest’ottica la felicità è alla nostra portata?
La felicità è una direzione esistenziale desiderata che si delinea, è uno spazio di possibilità che si apre se noi stessi lo vogliamo.
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