Opinioni

Roma–Washington, missione compiuta

Discreto successo per la premier Giorgia Meloni alla Casa Bianca. Tra dibattiti politici e frasi di elogi, Trump ha accettato di venire a Roma: la capitale può diventare così il luogo di un nuovo dialogo tra le due sponde dell’Atlantico
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

Il presidente americano Donald Trump e la premier Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente americano Donald Trump e la premier Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Un’abile capacità di mantenere l’equilibrio tra forze in tensione tra loro ha consentito a Giorgia Meloni di trasformare la sua missione a Washington in un discreto successo diplomatico. Erano tanti i timori e le preoccupazioni per l’imprevedibilità di Donald Trump, ma evidentemente il lavoro preliminare delle delegazioni ha consentito il buon risultato.

E questo sui due fronti attualmente aperti. Innanzitutto i dazi, per i quali sia Trump che Meloni si sono detti certi («Al 100 per cento») che si arriverà ad un accordo «a metà strada», che comunque non prevede il target dei «dazi zero» proposti da Bruxelles e che gli americani hanno già rifiutato.

E poi sull’Ucraina per la quale, ribadita la responsabilità dell’aggressione russa, si lavora tutti «ad una pace giusta e duratura».

Meloni è riuscita a incanalare queste risultanze pubbliche dei colloqui riservati nell’alveo della unità Ue: tant’è vero che Trump ha accettato, sia pure senza precisare la data, di venire a Roma per un colloquio con i vertici europei.

Ed è questo soprattutto il risultato più evidente ottenuto dalla premier: Roma può diventare il luogo di un nuovo dialogo tra le due sponde dell’Atlantico dopo lo sconquasso dei dazi, e con ciò Giorgia Meloni si accredita da una parte e dall’altra come un possibile mediatore o pontiere, ruolo che Trump le ha generosamente concesso tra molte frasi di elogio che, sì, rispettano il protocollo tipico di queste occasioni ma che pur sempre non sono dovute.

E poiché abbiamo visto cosa può accadere nello Studio Ovale durante questa presidenza (ricordate la sfuriata con Zelensky), il risultato del governo italiano che arriva proprio dopo l’infelice e volgarissima affermazione del tycoon sui leader del mondo che bussano alla sua porta, non poteva andare meglio di così.

Naturalmente Giorgia ha dovuto a sua volta fare delle promesse, anche più stringenti per la verità: per prima cosa l’aumento delle spese militari dell’Italia fino al 2 per cento del Pil - oggi siamo sotto l’1,50 - qualunque cosa ne dica il ministro dell’Economia Giorgetti preoccupato per l’andamento dei conti pubblici e del debito. E in secondo luogo un maggiorato stock di acquisti del gas liquido (Gnl) che gli Usa ci vendono - non a buon mercato - e che noi rigassifichiamo da quando abbiamo interrotto i contratti per il gas russo. Sono impegni che ci siamo presi e che, almeno per il gas, non vanno nella direzione dell’applicazione del Green Deal Ue: del resto proprio quel piano di transizione ambientale è profondamente criticato dal governo di Roma.

Ed è questa una delle varie consonanze ideologiche che Meloni ha potuto esibire a Washington, come la critica alla cultura «woke» in nome di un riscatto dei valori tradizionali dell’Occidente e la lotta all’immigrazione clandestina. Tutte cose che dovrebbero portare l’Italia con gli Usa fino alla conquista di Marte (ma, pare, senza alcun impegno con Musk e la sua rete satellitare).

Insomma, è andata bene, e lo si capisce anche leggendo l’asprigno commento dell’Eliseo: «Da noi nessun dissapore per questa visita» ha fatto sapere Macron.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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