Brasile: Bolsonaro alla sbarra per il Golpe mancato, l’ombra di Trump

In Brasile è iniziato il processo a Jair Bolsonaro. L’ex presidente – dal 2019 al 2022 -, leader dell’estrema destra brasiliana e del movimento «bolsonarista», viene giudicato dal Supremo Tribunale Federale per aver ordito, con l’appoggio di settori dell’esercito e della polizia (altri 7 «cospiratori» sono sul banco degli imputati), il piano di Golpe del gennaio 2023, mentre era fuggito negli Usa alla fine di dicembre del 2022, a seguito della sconfitta elettorale subita nel confronto con Luiz Inácio Lula da Silva. Nella circostanza, gruppi di «bolsonaristi» avevano invaso i centri della democrazia brasiliana nella capitale amministrativa Brasilia.
Stato di diritto
Le gravi accuse di tentativo di abolizione violenta dello stato democratico di diritto, golpe di stato e organizzazione criminale, mosse all’ex presidente, sono state formulate sulla base di approfondite indagini condotte dalla Polizia Federale, su richiesta di Alexandre de Moraes, il Ministro del Supremo Tribunale Federale/STF. All’apertura del processo, «Xandão STF» - il soprannome che i bolsonaristi hanno affibbiato a Moraes, con un gioco di parole che si riferisce al nome di un influencer e all’acronimo del Tribunale federale – ha dato un chiaro segnale a tutti coloro che nel campo «bolsonarista» chiedono l’amnistia per i fatti dell’8 gennaio 2023: «In tali momenti, la storia ci insegna che l’impunità, l’omissione e la codardia non sono opzioni praticabili ai fini della pacificazione sociale. Può essere il cammino in apparenza più facile, ma è anche quello che lascia cicatrici traumatiche nella società e corrode la democrazia, come il nostro recente passato dolorosamente dimostra».
- Jair Bolsonaro responde à carta de @realDonaldTrump . pic.twitter.com/Pj91AAxcHa
— Jair M. Bolsonaro (@jairbolsonaro) July 18, 2025
Sono parole inequivocabili, in risposta allo stesso Bolsonaro, il quale ha chiesto in più di una circostanza l’amnistia, dichiarandosi prigioniero politico del «dittatore» Alexandre de Moraes, e mobilitando il movimento bolsonarista nelle principali città brasiliane, con risultati modesti, se confrontati con le grandi manifestazioni della destra negli ultimi anni.
Passato e futuro. Il Brasile democratico porta già con sé il pesante fardello dell’amnistia in seguito alla fine della dittatura militare, con la quale ancora sta ancora facendo i conti. Non può dunque tollerare ulteriori rigurgiti autoritari da parte di coloro che in seno alle istituzioni democratiche, dopo aver giurato fedeltà alla Costituzione, hanno tramato il golpe e l’instaurazione di una nuova dittatura.

È chiaro che il processo a Bolsonaro si intreccia anche con la lunga e dura campagna elettorale per le elezioni presidenziali dell’ottobre 2026. Mentre Lula ha dichiarato che una sua eventuale candidatura sarebbe un atto di responsabilità storico-politica per fermare l’avanzata delle orde di «trogloditi», le destre stanno articolando la loro strategia. Il polo moderato/conservatore, liberale, centrista cavalca le onde mediatiche e le reti social, mentre segue con attenzione l’intreccio tra gli avvenimenti internazionali e interni.
Relazioni internazionali
Sul piano della politica estera, con l’elezione di Trump negli Usa, lo scontro politico brasiliano ha assunto una dimensione internazionale, intrecciandosi con la guerra dei dazi doganali verso circa 3800 prodotti brasiliani importati (il «tarifaço»), tassati del 50 per cento all’ingresso negli Usa. Mentre Lula ha risposto a muso duro a Trump che «il Brasile va rispettato e che il presidente americano è stato eletto negli Usa e non in Brasile», appare chiaro che i legami tra la famiglia Bolsonaro e Trump stanno avendo un peso rilevante, come ha ammesso lo stesso Eduardo Bolsonaro, il «patriota» fuggito negli Usa per articolare le sanzioni contro il Brasile.
Oltretutto, l’ex deputato federale non perde occasione per chiedere alle autorità locali ulteriori applicazioni della «Legge Magnitsky», un provvedimento per cui Alexandre de Moraes e altri ministri del STF hanno già perso il visto di ingresso negli Usa. Sul piano della politica interna, la destra prova a sfruttare a suo favore la prepotenza, e gli attacchi intimidatori dell’amministrazione Trump contro il governo Lula, avvicinandosi al movimento bolsonarista, pur sempre un settore significativo dell’elettorato brasiliano, salvo poi allontanarsi quando il livello dello scontro politico assume toni troppo eversivi e radicali. Insomma, siamo appena all’inizio della battaglia politico-elettorale. La strada che conduce alle elezioni presidenziali del 2026 è ancora lunga e impervia.
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