La Berlinale è un punto di vista sulle elezioni in Germania

La Germania non è più la locomotiva economica d’Europa, domina la consapevolezza di una crisi dilagante e forse irreversibile e domenica si va al voto
Scholz e Merz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Scholz e Merz - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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È un paese insicuro e sfiduciato quello che andrà alle urne la prossima domenica. Domina la consapevolezza di una crisi dilagante e forse irreversibile. La Germania non è più la locomotiva economica d’Europa, né ha capacità di leadership sul vecchio continente, come accadeva fino a qualche anno fa sotto la guida di Angela Merkel.

I tedeschi lo sanno bene e hanno paura dell’esito elettorale e più in generale del loro futuro. La crisi dell’economia è sistemica, con il 20% delle imprese tedesche costrette a lavorare a ritmi ridotti e almeno un terzo delle grandi industrie, soprattutto nel comparto automobilistico, obbligate ad avviare licenziamenti e chiusure di impianti. L’arrivo al potere di Trump, con la minaccia di forti dazi, ha reso ancora più pessimistiche le prospettive di ripresa per una economia ampiamente basata sull’export.

E poi c’è la minaccia di Alternative für Deutschland che i sondaggi danno tra il 20 e il 22%, ma che potrebbe anche prendere di più e determinare una situazione di ingovernabilità o quanto meno di precarietà del quadro politico. La nuova amministrazione americana ha sponsorizzato apertamente la destra nazionalista e xenofoba, e gli attentati che hanno macchiato di sangue la campagna elettorale (Magdeburgo, Aschaffenburg, Monaco), rischiano di alimentare la corsa di AfD. Inoltre, ci si domanda se Friedrich Merz, probabile prossimo cancelliere, sarà in grado di affrontare le difficili sfide che attendono il paese, se sarà necessario ridurre il welfare per sostenere l’incremento delle spese militari.

Un buon angolo di visuale per osservare le trepidazioni con cui i tedeschi si apprestano alle elezioni è la Berlinale, il grande festival del cinema che ogni anno si celebra nella capitale tedesca e che quest’anno casualmente coincide con gli ultimi giorni di campagna elettorale. Passeggiando per le strade adiacenti a Potsdamer Platz, dove si concentrano le sale cinematografiche del festival, si osservano le locandine dei film in concorso alternati ai cartelloni pubblicitari dei partiti con le facce di Scholz, Merz e degli altri candidati che promettono sicurezza, pace, competenza e nel caso dell’AfD di «fare nuovamente grande la Germania».

L’intreccio cinema-politica è una costante della Berlinale, e a ricordalo ci ha pensato l’attrice britannica Tilda Swinton, insignita dell’Orso d’oro alla carriera, la quale ha esaltato il festival berlinese come «un regno senza confini, senza politiche di esclusione, persecuzione o deportazione», parole chiaramente e polemicamente allusive. E poi ci sono i film nei quali è possibile riflettere le ansie e i timori tedeschi di questi tempi.

La pellicola d’apertura, per esempio, Das Licht, ovvero La luce, di Tom Tykwer, regista tedesco capace in passato di rappresentare l’energia caotica della Berlino di fine Novecento con Lola corre e più recentemente di riproporre i fantasmi di Weimar con la fortunata serie Babylon Berlin. In questo nuovo film mette a nudo i difetti della borghesia progressista tedesca raccontando di una famiglia benestante e impegnata in cui la madre è responsabile di un progetto culturale in Kenya, il padre lavora per una agenzia pubblicitaria che promuove solo slogan politicamente corretti, la figlia è un’attivista ecologista alle prese con problemi di identità sessuale.

Ebbene, in questa famiglia in cui tutti si adoperano per il bene della collettività, regna il caos assoluto, perché ciascuno è troppo impegnato nelle proprie battaglie per occuparsi degli altri. Se ne accorge la domestica siriana, approdata in Germania dopo un viaggio terribile, segnato da lutti e perdite, ma capace almeno apparentemente di prendere in mano la gestione della casa. Le difficoltà del multiculturalismo, della politica dell’accoglienza, e forse anche la crisi del governo semaforo a guida socialdemocratica sono riflesse in questa pellicola lucida e pungente.

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