«Se dovessi rinascere, sceglierei di essere la madre di mia madre... Le darei tutti i baci che le sono mancati da bambina. Le leggerei tutte le favole che nessuno le ha mai letto. Le rimboccherei le coperte di notte e le direi, con tutto il mio amore, quanto le voglio bene. Le insegnerei che la vita è bella tra le braccia di chi ti ama. Le comprerei una mela caramellata. Le canterei canzoni. Giocheremmo per terra. La pettinerei ogni mattina prima di mandarla a scuola. Non avrebbe dovuto soffrire così piccola. Non avrebbe dovuto piangere così tanto. Non sarebbe cresciuta cucendo il suo cuore con la tristezza. Se potessi essere qualcun altro, sarei sua madre senza esitazione, le insegnerei che l’amore non è dolore...».
Adoro questo brano di Rosen Jaden perché, nella sua cristallina lucidità, con disarmante semplicità ci racconta di un’epifania, di una rivelazione che libera, solleva dal peso enorme di una grammatica familiare, dell’amore, deviata, fatta di sottrazioni, di mancanze, di incapacità che di generazione in generazione diventa una maledizione. Un’opacità ereditaria dei sentimenti un vizio di forma genetico dell’amore che spesso si annida dentro le relazioni tossiche.




