Opinioni

Benedire il passato per spezzare il vuoto

La compassione sincera che una figlia dedica alla madre, spezzando le catene del dolore
Mamma e figlia (foto simbolica)
Mamma e figlia (foto simbolica)
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«Se dovessi rinascere, sceglierei di essere la madre di mia madre... Le darei tutti i baci che le sono mancati da bambina. Le leggerei tutte le favole che nessuno le ha mai letto. Le rimboccherei le coperte di notte e le direi, con tutto il mio amore, quanto le voglio bene. Le insegnerei che la vita è bella tra le braccia di chi ti ama. Le comprerei una mela caramellata. Le canterei canzoni. Giocheremmo per terra. La pettinerei ogni mattina prima di mandarla a scuola. Non avrebbe dovuto soffrire così piccola. Non avrebbe dovuto piangere così tanto. Non sarebbe cresciuta cucendo il suo cuore con la tristezza. Se potessi essere qualcun altro, sarei sua madre senza esitazione, le insegnerei che l’amore non è dolore...».

Adoro questo brano di Rosen Jaden perché, nella sua cristallina lucidità, con disarmante semplicità ci racconta di un’epifania, di una rivelazione che libera, solleva dal peso enorme di una grammatica familiare, dell’amore, deviata, fatta di sottrazioni, di mancanze, di incapacità che di generazione in generazione diventa una maledizione. Un’opacità ereditaria dei sentimenti un vizio di forma genetico dell’amore che spesso si annida dentro le relazioni tossiche.

Le bambine non amate diventano donne capaci di enormi, continue sofferenze, devozioni e resistenze inspiegabili, autosequestrate dentro ad amori autolesionistici. Hanno imparato a sopportare, ad arredare il vuoto, ad essere attratte da relazioni nelle quali doversi conquistare un posto nel cuore altrui con continui, e mai sufficienti, atti di sottomissione e devozione.

Dentro ad una geometria del dolore che le conduce, fatalmente, ad incontrare il loro doppio: l’ombra, meritevole di altrettanta compassione, di un bambino diventato un uomo incapace di amare. Spesso figlio di uno sguardo materno così totalizzante da privarlo della capacità di vedersi se non riflesso negli altri.

Cresciuti agli estremi opposti dello stesso abisso queste due polarità non possono che incontrarsi, riconoscendosi con la precisione infallibile di due magneti modellati sulla forma della stessa mancanza. La bellezza di questo brano sta però nella consapevolezza amorevole di questa figlia, nella compassione sincera che dedica alla madre e con essa spezza le catene del dolore. «Se la amo così tanto come sua figlia… pensate quanto la amerei tenendola tra le mie braccia appena nata!».

Un’immagine potentissima piena della amorevole necessità di benedire ciò che fu per benedire ciò che è ed in questo riconoscimento radicare la possibilità, minuscola ma reale, di interrompere per sempre la genealogia silenziosa di un vuoto d’amore. Mai niente per caso, tutto accade per evolvere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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