Bbc travolta dall’effetto Trump, tra manipolazioni e post verità

No, non è (più) la Bbc. Né, men che meno, la cara vecchia Auntie (la «zietta»), come veniva denominata in maniera affettuosa da generazioni di sudditi di Sua Maestà. La British Broadcasting corporation ha vissuto in queste giornate le dimissioni di due figure apicali, una delle quali era addirittura il direttore generale (Tim Davie), che se ne è dovuto andare insieme alla ceo della divisione News (Deborah Turness).
Un terremoto vero e proprio dentro quella che è stata, a tutti gli effetti, un’istituzione del giornalismo del mondo libero – e che della sua (tendenziale e sostanziale) obiettività nel riportare le notizie aveva fatto la propria (giustificata e fondata) bandiera. Da qualche tempo a questa parte – di fatto, dalla lunga fase di governo di Tony Blair in avanti –, per molteplici ragioni, la già venerata tv di Stato britannica naviga però in acque sempre più tempestose.
To understand what's happened at the BBC in the last few days, it helps to look at how it's run and the role of the BBC Board and the BBC Chair. This is our latest video. Produced by Katerina Karelli, graphics by Mesut Ersoz. Further coverage here. https://t.co/BKGrSNS8oP pic.twitter.com/CrbMxQ09Oj
— Ros Atkins (@BBCRosAtkins) November 12, 2025
All’insegna di una serie letale – e incomprensibile – di sottovalutazioni da parte dei suoi organismi dirigenti, l’immagine della Bbc è stata molto sporcata da una sequenza di molestie e scandali sessuali (compresa la pedofilia) di cui si sono macchiate varie sue figure di rilievo o di grande popolarità, senza che, nel corso del tempo – e nonostante si trattasse di fatti noti al vertice –, venissero presi i doverosi provvedimenti. Sono poi piovute varie accuse di parzialità nella trattazione della guerra a Gaza (fino a imputare forme di antisemitismo in alcuni servizi, nei quali peraltro gli uomini di Hamas venivano sempre fregiati del titolo di miliziani) e delle tematiche transgender, che hanno rinfocolato le polemiche da destra nei confronti di quella che viene considerata una «roccaforte della sinistra».
A dare fuoco alle polveri, anzi a far esplodere un nuovo caso della massima intensità, con le relative fuoriuscite di direttori, è stato un documentario nel quale le parole del discorso di Donald Trump del 6 gennaio 2021 venivano rimontate in modo da farle diventare un incitamento diretto all’assalto del Campidoglio per i suoi supporters. La colpa politica del presidente al suo secondo mandato è, a nostro personale avviso, quella di una sorta di responsabilità (im)morale in questa mostruosa vicenda, ma lui se ne era appunto stato bene attento a non dare l’impressione di avere fatto un appello al popolo Maga direttamente eversivo. E se ne era rimasto, in totale ambiguità e da politico-businessman navigato, «al di qua» del rischio di farsi addossare una responsabilità immediata evidente o inconfutabile.
Nel servizio giornalistico è stata dunque effettuata una manipolazione autentica, contro cui ha tuonato in un’intervista sul quotidiano The Telegraph la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, arrivando a mettere in questione l’integrità generale del servizio pubblico inglese, etichettato come una «macchina di propaganda». E l’indomani è arrivato pure l’ultimatum dello stesso presidente Usa: se entro venerdì l’emittente britannica non compirà una «piena e onesta ritrattazione», le intenterà una citazione per danni con richiesta di risarcimento miliardaria (in senso letterale, alla luce della cifra richiesta), con una tattica intimidatoria che appare sempre più diffusa fra i politici neopopulisti non appena giungono al governo.

Un’altra freccia nella faretra delle destre al potere che reagiscono non più soltanto con la censura verso chi non si allinea prontamente, ma direttamente con la cacciata (o con le «dimissioni-defenestrazioni») o, ancora, con la strumentazione del populismo giudiziario. Questo, beninteso, non significa assolutamente sminuire la gravità del documentario manipolato della Bbc, ennesima conferma di quanto lo scenario della postverità si stia generalizzando, e di come sempre meno persone – malauguratamente investendo anche svariati professionisti dell’informazione – si rivelino interessate all’oggettività dei fatti.
Il punto è che, in tal modo, si finisce per alimentare una dinamica polarizzante che va a distruggere dall’interno quella ricerca della fattualità che, pur tra limiti e qualche strumentalità, aveva rappresentato il formidabile ideale normativo dell’informazione nell’anglosfera. A lungo dominata dal pragmatismo e da qualche decennio, invece, motore di nuove, e sempre più devastanti, forzature ideologiche a destra come a sinistra, con l’effetto – ahinoi... – di indebolire la credibilità complessiva del sistema dei media delle democrazie liberali occidentali.
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