Opinioni

Autolesionismo: farsi male per poter star bene

Servono adulti e genitori capaci di fare domande anche imbarazzanti, per stanare il dolore che chi si taglia porta dentro
Il cutting in adolescenza dice la fatica di accettare un corpo nemico
Il cutting in adolescenza dice la fatica di accettare un corpo nemico
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L’«autolesionismo» è un farsi male da soli per tentare di star bene. Un controsenso fatto di silenzi rumorosi, che gridano ma non hanno voce. Un urlo senza parole che nessuno sente o che pochi ascoltano. Si tratta del silenzio del «cutting» che è quel gesto sottile dei tagli ai polsi, nascosto alla vista di tutti. Un grido strozzato per un dolore che non si dice perché difficile da comprendere.

Il «cutting» è atto delicato e preciso che incide la pelle in varie parti del corpo, ma più di tutto i polsi e serve per raccontare uno star male che non ha nome. Non è una pratica nuova, in adolescenza dice la fatica di accettare un corpo nemico.

È stato sempre un allarme urgente, comunque, che richiamava la possibilità di un gesto definitivo. Ora non è più così, ha di solito un significato diverso, meno allarmante, ma pur sempre un campanello da ascoltare e cogliere in fretta. Ci stanno le emulazioni e anche le prove illusorie di un’epoca famosa per gli atti di coraggio o incoscienza del limite. Ma il cutting a volte sembra un’autopunizione mentre è al contempo, la narrazione di bisogni comuni che affiorano da quella vita dolente dell’adolescenza di chi cresce e non sa ancora come affrontare. Chi la vive con fatica si accanisce sul corpo, lo maltratta, lo taglia o ne brucia la cute. Tenta una comunicazione allusiva che dice senza parole quanto sia intollerabile la sofferenza che non ha un oggetto ed è simile a un «male» senza volto. Potremmo dire che questo farsi del male è un modo strano per star bene.

Ma pure una sorta di anestesia della psiche quanto meno possibile per rendere gestibile il disagio. Una aggressione, senza dubbio, a un corpo che racconta di offese subite e di solitudine, di emozioni sconfinate e di vuoti troppo difficili da riempire. E forse narra di un domani difficile da intravvedere e di futuro faticoso in cui credere. A volte gli adolescenti si fanno male per dare un senso alla sofferenza o per trovare inclusione tra quei pochi amici che hanno intuito la stessa fatica di crescere. In questa epoca, l’angoscia prevale, toglie orizzonti e prospettive, lasciando a quel «male calmo» che dilaga, la fatica di una vita che non sa scorrere come si vorrebbe. Ogni volta che incontro adolescenti con quei segni, non me li mostrano mai come medaglie e non ne vanno fieri. Li nascondono con bracciali e maglie. Domando il perché e mi raccontano storie nascoste. Ho capito allora che servono adulti e genitori capaci di fare domande anche imbarazzanti, per stanare il dolore che chi si taglia porta dentro. Serve però non aver paura di scoprirla nella mancanza di quel dialogo che fa rimbombare il silenzio dell’assenza o in quelle relazioni familiari povere che producono solitudine.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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