L’asse anglo-francese che tutela Ue e Kiev

Un piano per la pace concordato da Regno Unito, Francia e Ucraina. Che gli Usa siano pronti a sostenere e che Putin dovrà accettare. Dove ci saranno concessioni territoriali a Mosca, bilanciate però dal combinato disposto di massicci aiuti militari a Kiev e dal dispiegamento di una consistente forza europea a garantire la sicurezza dell’Ucraina.
E dove gli Usa dovranno fornire un impegno a intervenire essi stessi laddove la Russia violasse i termini dell’accordo, ma beneficeranno dell’accordo bilaterale sullo sfruttamento delle risorse minerarie ucraine oggi congelato dopo il fallimentare vertice con Zelensky di venerdì scorso.
Sembrano essere questi i termini della proposta uscita dal vertice londinese sull’Ucraina. Termini ancora estremamente vaghi e generici, che molte rimangono le questioni irrisolte: come sarà costruita questa forza di peacekeeping europea? Chi vi contribuirà? Quali saranno le regole d’ingaggio? In cosa consisteranno le concessioni a Mosca? Gli aiuti militari a Kiev saranno accompagnati da una precisa roadmap per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue? E tanto altro ancora.
Ma al di là delle questioni, concrete e minute, che dovranno trasformare delle intenzioni in un piano realistico, vi sono oggi tre grandi incognite che il vertice e il grande agitarsi di Francia e Regno Unito non hanno per il momento risolto.
La prima riguarda proprio l’Europa. Attraversata da divisioni che si sono manifestate anche questa settimana. Storicamente incapace di far ricadere i suoi processi integrativi all’ambito della Difesa. E per il momento probabilmente ancora impreparata ad assolvere il compito di garantire la sicurezza, e quindi la sovranità futura, dell’Ucraina. Quali saranno i tempi, i costi e i sacrifici necessari per ovviare a questa debolezza? Soprattutto, quale sarà la gestione politica e operativa del processo di rafforzamento dell’autonomia strategica europea?
Sarà attivato un qualche multilateralismo ad hoc - una sorta di cooperazione potenziata in tale specifico ambito - si opererà dentro un contesto Nato, ma senza gli Usa, o vi sarà un asse franco-britannico appoggiato da una «coalizione dei volenterosi», come ha affermato il premier britannico Starmer usando una espressione non proprio felice, visti i precedenti (di «coalizione dei volenterosi» in Iraq parlò più di 20 anni fa l’allora presidente statunitense George Bush Jr.).
La seconda grande incognita è quella statunitense. Senza un impegno, indiretto ma certo, degli Usa il progetto cade come un castello di carte. La credibilità del deterrente che garantisce l’Ucraina dipende in ultimo da questo impegno. Starmer e Macron scommettono sulla disponibilità di Trump a fornirlo, soddisfatto dal fatto che saranno gli europei a farsi carico del dispiegamento di soldati in Ucraina e presumibilmente attratto dai vantaggi economici che ne deriverebbero agli Usa dall’accordo semi-coloniale sulla gestione delle risorse naturali ucraine. L’incognita però rimane come il rischio di un accordo russo-statunitense che escluda l’Europa e punisca Kiev.
E questo ci porta alla terza e ultima incognita, la Russia appunto. Il cui scherno dell’iniziativa europea forse è indicativo di una preoccupazione per una reazione inattesa, almeno in questi termini. Il cui revisionismo non è detto si fermi a un risultato che comunque lo si veda sarebbe assai più limitato rispetto a quelli che avevano ispirato l’aggressione all’Ucraina quattro anni fa. E che potrebbe essere subito tentata a testare la risolutezza europea o la credibilità dell’indiretto deterrente statunitense.
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