Appare a tutti gli effetti come la carta della disperazione quella calata da Zelensky con la sua proposta di farsi da parte in cambio dell’ammissione dell’Ucraina nella Nato. Un’ipotesi, questa, che se aveva qualche chance – comunque assai tenue – prima dell’elezione di Trump, oggi appare definitivamente archiviata. La Russia la considera come pregiudizievole per qualsiasi ipotesi di compromesso; gli Usa non sono favorevoli, anche perché farebbe scattare gli obblighi dell’articolo 5 dell’Alleanza e le conseguenti garanzie a Kiev; gli europei non hanno certo la possibilità d’imporsi contro gli Usa dentro la Nato. Zelensky probabilmente sa che la sua esperienza politica sta volgendo al termine. Che questo è uno degli elementi su cui convergono Trump e Putin nel baratto che puntano a raggiungere. Si tratta però solo del tassello di un puzzle nel quale molti altri pezzi, piccoli e grandi, ancora mancano. I contorni generali del possibile accordo sono chiari: concessioni territoriali alla Russia; finanziamento della ricostruzione dell’Ucraina; garanzie securitarie esterne a quest’ultima che, non potendo essere né atlantiche né statunitensi, dovranno anch’esse provenire dall’Europa.
Passare dal generale (e dagli auspici) al particolare (e al concreto) può però essere estremamente complicato. Come si definirebbero questi nuovi confini? Chi e come monitorerà il rispetto degli accordi? Che tipo di garanzia sarà data all’Ucraina e come riusciranno i Paesi europei a farsene carico? Il revisionismo putiniano si fermerà qui o, con un’economia piegata alle esigenze della guerra, Mosca testerà l’Europa su altri fronti, dalla Moldavia-Transnistria ai baltici?
Infine, si realizzerà davvero il progetto neocoloniale statunitense di sfruttamento delle risorse ucraine e Kiev cosa otterrà in cambio?




