Opinioni

Antimicrobici negli animali, quando il rischio arriva all’uomo

Ridurre i farmaci ha effetti positivi anche sull’ambiente. Fondamentale perciò l’approccio One Health
Giovanni Santucci
Un allevamento di pollame - © www.giornaledibrescia.it
Un allevamento di pollame - © www.giornaledibrescia.it

L’uso degli antibiotici negli allevamenti resta oggi uno degli snodi più delicati della sanità moderna. Questi farmaci sono indispensabili per curare gli animali malati, tutelarne il benessere e garantire produzioni alimentari sicure. Ma quando vengono impiegati in modo eccessivo o improprio possono favorire la selezione di batteri resistenti.

È qui che un problema veterinario diventa una questione di salute pubblica. Infatti, la comunità scientifica mondiale ritiene di primaria importanza il contenimento dell’antibiotico resistenza, fenomeno diffuso a livello globale e fortemente correlato sia alla quantità di antibiotico utilizzato che all’utilizzo non ottimale. Pertanto, il comparto zootecnico è stato quello maggiormente attenzionato, rendendo obbligatorio lo sviluppo di strumenti di misurazione a livello nazionale, regionale e singola azienda, ruolo ricoperto in Italia dal sistema ClassyFarm.

L’antibiotico-resistenza si verifica quando i batteri «imparano» (attraverso determinati meccanismi biologici) a sopravvivere ai farmaci progettati per eliminarli. Questo è un fenomeno che avviene normalmente in natura, ma in zootecnia può essere esacerbato soprattutto in contesti in cui i trattamenti sono frequenti, di massa ed effettuati non utilizzando le molecole corrette. I microrganismi resistenti possono raggiungere l’uomo attraverso più vie: contatto diretto con animali e operatori, contaminazione dell’ambiente, acque e reflui zootecnici. Non si tratta quindi solo di proteggere bovini, suini o pollame, ma di preservare l’efficacia delle terapie antibiotiche per l’uomo.

I dati europei mostrano una situazione in chiaroscuro. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), nel 2024 le vendite di antimicrobici per animali destinati alla produzione alimentare sono aumentati del 5,1% rispetto al 2023. Il quadro, però, non cancella i progressi: rispetto al 2018 l’Europa ha ridotto del 24,3% le vendite complessive per animali da allevamento e acquacoltura con l’Italia che segue ampiamente la tendenza al ribasso: dal 2010 la riduzione sulle vendite ha raggiunto quasi il 70%. L’obiettivo comunitario è dimezzare le vendite entro il 2030: un traguardo che richiede continuità e dati affidabili.

Anche le modalità di somministrazione contano. Una quota elevata delle vendite riguarda i farmaci ad uso orale che vengono utilizzati per i trattamenti di gruppo. Questi farmaci, pur essendo talvolta necessari per contenere un focolaio, devono essere limitati, motivati da diagnosi e governati dal veterinario, perché coinvolgono molti animali e possono aumentare la pressione selettiva sui batteri. Per le autorità sanitarie italiane, la priorità è garantire un ambiente salubre per gli animali tramite l’applicazione di protocolli biosicurezza, igiene, vaccinazioni, benessere animale, alimentazione corretta e diagnosi tempestive. Questi sono gli strumenti decisivi poiché la soluzione non è eliminare gli antibiotici dagli allevamenti, ma utilizzarli in modo prudente e razionale.

Mai come oggi è fondamentale applicare l’approccio One Health: salute umana, animale e ambientale sono inseparabili ed interconnesse. Ogni antibiotico risparmiato quando non serve potrebbe essere una cura conservata per chi ne avrà bisogno domani.

*Dirigente Veterinario dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale Lombardia Emilia Romagna

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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