Opinioni

Burnham indica la via possibile: tornare grandi a fianco dell’Ue

A dieci anni dalla Brexit il Regno Unito deve ricostruire il suo peso anche sullo scenario internazionale: il nuovo primo ministro vuole riavvicinarsi all’Unione Europea
Angelo Santagostino

Angelo Santagostino

Editorialista

Burnham non è ostile all’Ue: lo racconta la sua storia - Foto Epa/Chris Ratcliffe © www.giornaledibrescia.it
Burnham non è ostile all’Ue: lo racconta la sua storia - Foto Epa/Chris Ratcliffe © www.giornaledibrescia.it

«La politica è l’arte del possibile», parole di Otto von Bismarck. Ossia la Realpolitik. Pragmatismo, scevro da qualsivoglia ideologismo. Andy Burnham, nuovo premier britannico, potrebbe scegliere l’approccio del «possibile» quanto al complesso rapporto del Regno Unito con l’Ue. In ciò non verrebbe a discostarsi dal suo predecessore Keir Starmer, e neppure da quello di Rishi Sunak, al quale va il merito, dopo gli anni conflittuali di Boris Johnson e Liz Truss, d’aver concluso il Windsor Framework sull’Irlanda del Nord, ricucendo una lacerazione profonda con Bruxelles.

I condizionali sono d’obbligo perché la sua politica estera è in fase di definizione, al pari delle altre. Tuttavia, l’aver scelto come ministro degli esteri Ed Miliband già indica la volontà di percorrere la strada di quanto potremmo chiamare «sempre più stretta cooperazione», al posto di quella «sempre più stretta unione», iscritta nel Trattato Ue, dalla quale il Regno Unito si dissociò, ottenendo l’opting out. Miliband, sin dai tempi del post-referendum, è stato un sostenitore di un’uscita soft dall’Ue, volta a mantenere, appunto, una stretta cooperazione, soprattutto quanto al Green Deal.

Andy Burnham, nuovo Primo Ministro del Regno Unito - Foto Epa/Andy Rain © www.giornaledibrescia.it
Andy Burnham, nuovo Primo Ministro del Regno Unito - Foto Epa/Andy Rain © www.giornaledibrescia.it

Nel trascorso decennio il dibattito pubblico britannico si è acceso attorno alla domanda: tornare o no nell’Ue? Burnham appare orientato ad archiviarla. Non intende esporre il Paese all’inevitabile scontro identitario, qualora quella scelta venisse riproposta in un nuovo referendum. Secondo i sondaggi la maggioranza degli intervistati riconosce come si trattò di un errore ed è incline a un rientro, ma pur si tratta di un 55-60 per cento, fronteggiato da un 40-45 per il quale Brexit fu e Brexit sarà. Solo tra i giovani (18-25 anni) i returner costituiscono una maggioranza qualificata e ancor di più (70-80 per cento), ma qui entriamo nel futuribile, siamo anche oltre quell’orizzonte di dieci anni cui Burnham si è riferito nel suo discorso d’insediamento.

Il suo Ten-year Plan, lo farà conoscere entro l’anno. I rapporti con l’Ue ne costituiranno, v’è da credere, un aspetto cospicuo. Sembra voler dire, a dieci anni dalla Brexit, rimbocchiamoci le mani per divenire di nuovo grandi, come standard di vita, come peso sullo scenario internazionale. La via indicata da Burnham è: ricostruire, mattone dopo mattone, una collaborazione con Bruxelles, sulla base degli interessi britannici.

Vi è un passato dietro la sua posizione. Nel referendum del 2016 Burnham si era schierato per il Remain. Non legava il disagio delle aree industriali del Nord all’Ue. Piuttosto bisognava guardare a decenni di squilibri economici interni. In altre parole, il problema era Londra non Bruxelles. Tale posizione è riecheggiata nelle sue parole d’avvio, quando ha posto l’esigenza di «meno Westminster e più potere alle comunità». Intendendo con ciò l’esigenza di un decentramento politico, amministrativo, economico. Un approccio sulla base del principio di sussidiarietà, in modo da portare le decisioni più vicine a dove i problemi sono. Certamente legato alla sua quasi decennale esperienza come sindaco di Manchester. Di qui la sua spinta verso una maggior devolution.

In particolare, sostiene l’esigenza, per le amministrazioni locali, di trattenere una quota più elevata del gettito fiscale prodotto sul territorio e di maggiori margini nella gestione di alcune imposte locali, oggi nelle mani del governo centrale. Sempre come sindaco di Manchester il suo «europeismo» ha preso forma in tanti accordi di collaborazione con città europee su innovazione, mobilità e transizione energetica. Burnham non è ostile all’Ue, lo dice la sua storia, non ancora, inevitabilmente, il suo agire da premier. Cerca il possibile, non per riportare il Regno Unito nell’Ue, ma per farlo più vicino.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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