L’America divisa da una lunga scia di sangue politico

L’assassinio di Charlie Kirk è solo l’ultimo di una lunga serie di atti di violenza politica negli Usa. Chiude un’estate apertasi con l’uccisione della deputata democratica Melissa Hortman e del marito. E aggiunge un ulteriore numero a statistiche che mostrano un’incessante escalation di questi crimini.
Nella quale a essere presi di mira sono meno le istituzioni governative e i suoi simboli ed edifici, e più gli avversari politici. In un contesto in cui sono sempre più singoli radicalizzati ad agire e non gruppi e organizzazioni, come fu in parte nel decennio scorso, quando la crescita della violenza di matrice politica e del terrorismo interno era stata primariamente trainata da milizie del suprematismo bianco. In attesa di saperne di più del profilo politico e psicologico dell’attentatore, cosa possiamo dire di questa violenza politica e come dobbiamo leggerla?
Una storia di violenza
Innanzitutto, è necessario contestualizzarla e storicizzarla per provare a capire quanto di nuovo e quanto di antico vi sia in essa. La storia della democrazia statunitense è segnata dalla violenza politica; anzi, la violenza è per certi aspetti costitutiva di questa esperienza democratica. Dispiegata contro gli esponenti apicali del potere politico: con quattro presidenti su 47 assassinati nell’esercizio delle loro funzioni, quello della presidenza è statisticamente uno dei lavori più pericolosi che possano esistere.
Utilizzata con conseguenze terribili contro i simboli del governo (si pensi solo all’attentato a un edificio federale a Oklahoma City nel 1995, che provocò 168 morti). Finalizzata, soprattutto oggi, a colpire avversari politici. A ondate, questa violenza si è intensificata ed è poi rifluita. Alimentata da tensioni sociali, crisi politiche ed istituzioni delegittimate.

Ovvero acuita da dinamiche come quelle che contraddistinguono ora la politica e la società statunitense, su tutta una polarizzazione fattasi vieppiù radicale. La polarizzazione connota un sistema dove le due parti politiche sono sempre più distanti e antagonistiche. Dove l’avversario cessa di essere un competitore normale e legittimo, e viene vieppiù considerato (e rappresentato) come una minaccia esistenziale: per la propria idea di cosa sia e debba essere la democrazia statunitense.
Qualsiasi mezzo, quindi, può e deve essere dispiegato per prevenirne l’accesso al potere, inclusa la violenza. Anzi, ricorrere alla violenza diviene un vero e proprio dovere patriottico, come ritenevano ad esempio gli assalitori del Congresso il 6 gennaio del 2021, imbevuti della leggenda della vittoria rubata.
La presidenza Trump
Il riferimento al 6 gennaio ci porta all’altro elemento di novità nello storico rapporto tra democrazia e violenza negli Usa: la presenza, alla Casa Bianca, di un uomo come Donald Trump. Le responsabilità per l’escalation di violenza cui stiamo assistendo sono plurime e nessuna parte politica è innocente o immune da colpe, ci mancherebbe. Mai, però, nella storia statunitense recente e lontana un’era di violenza si è accompagnata con la presenza alla Casa Bianca di un Presidente che polarizzazione e divisioni esaspera e cavalca invece di cercare di ricomporre.
Che non cerca nemmeno di offrire un messaggio inclusivo e unitario. Che ricorre sistematicamente a un linguaggio brutale e crudele, nel quale la minaccia di ricorrere alla violenza è quasi sempre presente. Che rispetto al fuoco che divampa su una democrazia in evidente sofferenza non esercita la sua funzione istituzionale di pompiere, ma agisce invece spesso da piromane. Come abbiamo visto anche nelle ore immediatamente successive all’assassinio del povero Charlie Kirk. Un potenziale spartiacque, questa ultima tragedia, che minaccia davvero di rendere ingovernabile l’incendio in atto.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
