Un rigoglioso giardino custodito sotto vetro

Il fascino del terrario (sperando che resista)
Un terrario
Un terrario
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Ho preparato il terreno del mio orto, ho tolto le erbacce che hanno proliferato durante la stagione fredda ed ho iniziato a smuovere il terreno. È questa un’attività che compiono in vari step, da un lato perché mi piace gustare la soddisfazione dei piccoli passi, dall’altra perché la mia esile (per usare un eufemismo) muscolatura non mi consente di vangare per troppe ore.

In ogni caso, il cammino è iniziato anche quest’anno. Quella che sarà una rigogliosa ortaglia da incorniciare è ora soltanto una tela bianca. Sono anche poeta, va detto. Ovviamente non dimentico di dedicare attenzioni al mio giardino, in questi giorni ho messo a dimora tre nuove ortensie, le ho prese nella varietà quercifoglia, oltre (appunto) ad avere foglie diverse, fanno fiori dalla forma conica, meravigliosi.

Mentre ero dal vivaio per acquistarle mi sono fatto affascinare e sedurre dai terrari, quei micro giardini dell’Eden racchiusi in una boccia di vetro. È un’arte antica che arriva dall’Oriente, ma che negli ultimi anni sta riscuotendo successo anche da noi. Ne ho acquistato uno, piccolo. Dicono che vada bagnato un paio di volte l’anno, all’interno si crea un ambiente autonomo. Le piantine si rapportano tra loro, parlano, crescono, litigano e fanno pace.

E una bolla, un po’ come i social. Le persone condividono dettagli della propria vita (che di per sé non interessano a nessuno) convinte di parlare al mondo, quando nel migliore dei casi l’algoritmo le fa interagire con i soliti tre amici. Sono in una bolla, ma molto più triste del terrario.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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