La (eccessiva) vanità dell’ortolano

Non è stato facile conquistare il mio spazio. È servito impegno, tanta fatica. È stata dura, ma non mi sono mai arreso di fronte alle difficoltà, alle inevitabili sconfitte. Come diceva Alfred a Bruce Wayne, «cadiamo per imparare a rimetterci in piedi». Sono sceso in campo dieci anni fa, in questo periodo ho imparato, sono cresciuto. Nei giorni scorsi, mentre distribuivo l’ennesimo raccolto di zucchine (una produzione generosa come mai accaduto), mi sono fermato a riflettere. La condivisione dei doni della mia terra ha creato una piccola comunità a chilometro zero, i pomodori e i cetrioli vanno che è una meraviglia, per non parlare delle melanzane: la parmigiana è ormai all’ordine del giorno su varie tavole roncadellesi, a volte anche oltre.
Ma non voglio apparire vanaglorioso, sia chiaro. Racconto la realtà. Eppure mi capita ancora di scontrarmi con l’invidia di chi non crede. È una pagina dolorosa che non va taciuta. L’altra sera ero serenamente in amicizia alla festa dell’oratorio, stavo addentando pane e salamina, quando ecco l’attacco: mi piacerebbe vedere il tuo orto, per me non è tutto vero quello che scrivi. La pugnalata è arrivata da quello che credevo un amico di vecchia data. Tu quoque. I sorrisi complici dei suoi familiari mi hanno ulteriormente ferito. Una lacrima mi ha rigato il viso. Poi ho pensato allo zio Ben che disse a Peter Parker «da un grande potere derivano grandi responsabilità». Per questo vado avanti a testa alta, lo devo alle mie straordinarie capacità da ortolano.
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