Il tramonto dell’anguria

C’era una volta la regina dell’estate. Generosamente gustosa, radiosa. Era cercata, ammirata, financo invidiata. Poi, poco alla volta, qualcosa è cambiato. Non era più lei la preferita, troppo grande per trovare spazio nei frigoriferi di appartamenti sempre più piccoli, ha detto qualcuno.
Con i condizionatori accesi non si ha più voglia di mangiarla, hanno detto altri. Fatto sta che l’anguria è passata di moda. Di colpo è apparsa superata, triste come lo erano le sfide di Giochi senza frontiere. Intere generazioni ormai sono cresciute senza averla mai assaggiata, la conoscono solo perché a scuola si continua a insegnare «a» come anguria.
Condivide il destino con «c» come candela, chi mai le ha più viste? Eppure c’è stato un tempo nel quale l’anguria era il simbolo della condivisione, dello stare insieme spensierati e in allegria.
Donna Ester era la vicina di casa dei miei nonni. Donna Ester soffriva terribilmente il caldo, era una donna nata nei primi decenni del Novecento, aveva conosciuto la miseria più nera ed aveva proseguito su quella strada anche quando avrebbe potuto farne a meno. Dopocena si piazzava nel giardinetto sventolando un pezzo di cartone e metteva i piedi a bagno in un catino. Attorno a lei si creava una corte dove il gossip sulla vita di paese rinfrescava gli animi. Alcune sere mio nonno tagliava un’anguria e la corte si spostava a casa sua. Donna Ester divorava fette generose e poi gettava i resti sotto i cespugli del nonno, è natura che torna alla natura diceva lei ridendo. Mio nonno rideva meno, ma il quieto vivere tra vicini era un valore intoccabile.
Poi smise di offrire l’anguria, mi resta sullo stomaco diceva. L’anguria, ovviamente.
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