Lettere al direttore

Vorrei essere trasformato in una goccia d’acqua

Sono stato fortunato, a dir poco fortunato, e felice, profondamente felice. Tutte le vite che Dio mi ha donato le ho attraversate, godute, respirate, sentite, annusate e tutte bagnate da vapori di dolcezza e gentilezza. Una, una sola carezza donata o ricevuta in tutte le vite che ho goduto è per sempre, eterna, indelebile. Un solo gesto, donato o ricevuto di gentilezza ha dato un senso al dono della/e vite che ho ricevuto, da Dio. Sono stato un delfino, libero, effimero, spensierato e prima un elefante, riflessivo e paziente. Poi una tartaruga, riservata ma socievole e determinata. Sono stato, un bel giorno, per circa nove anni, un bambino africano e, nonostante non sia finita bene e troppo presto, ero sempre sorridente. Poi, prima di rinascere in Andrea, quello che sono adesso, sono stato un baobab. Anche in questo caso, Dio è stato a dir poco generoso con me: ho potuto dissetare e proteggere dal sole cocente il bambino africano. Ora, appunto, sono «tornato» per la seconda volta ad appartenere alla specie «homo sapiens sapiens». Premesso, una immensa gratitudine a Dio, per avermi donato un altro passaggio su Madre Terra, concedendomi anche in tutto e per tutto: libertà, discernimento, coscienza, un’anima, emozioni... Guardandomi allo specchio mi rendo conto che l’ho combinata proprio grossa. Non è pessimismo gratuito se, osservando, dico che 450-500 milioni di anni fa, quando sono nate le piante, le cose andavano obiettivamente meglio, molto meglio. Poi, circa 250-300mila anni fa, ecco: l’homo sapiens sapiens. Da allora, mi chiedo: c’è stato un secondo, un solo secondo in cui questa «nuova forma di vita» non ne abbia combinata una delle sue? Una sola riga, di un solo libro di quel genio di umiltà e sensibilità che è Stefano Mancuso, botanico, studioso della neurobiologia delle piante, dice esattamente questo (secondo me, ovviamente), e cioè che io, Andrea, homo sapiens sapiens, non ho nulla a che spartire con la poesia di tutto il creato. E così, l’altra sera, qui nella mia officina parlando con Dio gli ho chiesto un altro piacere, l’ultimo. Desidererei, tornando qui, essere trasformato in una «goccia d’acqua». Così quando le nuvole nel cielo piangeranno, potrei una volta cadere qui, nel mio giardino, bagnando una rosa a salutare la mia anima; poi evaporata, tornare dissetando una formica, bagnando la guancia di una bambina africana, tuffandomi nell’acqua della mia Pisenze, su una pigna di un larice in un bosco di una valle solitaria, sulla croce di ferro di un ragazzo del ’99 e magari se lui vorrà sarebbe magnifico se, diventata da goccia d’acqua a fiocco di neve, potessi andare a salutare Walter Bonatti sul K2.

Andrea

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