Lettere al direttore

Un incontro casuale mi ha fatto pensare a chi di noi è povero

Essere poveri, un termine antico ancora attuale. Cinquant’anni fa, ho cominciato a lavorare in una fabbrica bresciana di circa 200 persone. Sono uscito dopo 14 anni e le persone erano diventate 800. Fatto famiglia e sistemato casa. Allora la parola povertà non era tra i principali problemi. Nel 2025 97 milioni di persone nell’Unione europea sono a rischio povertà o esclusione sociale. Provo a ricordare alcune delle differenze di oggi. In quella fabbrica uno dei ricordi che ancora oggi vivo, sono state le assemblee sindacali per rivendicare miglioramenti di vita, ma soprattutto salariali. Tante sono state le ore di sciopero e assemblee dove, sottolineo, al termine della trattativa tutti ne traevano benefici, imprenditori e dipendenti. C’era un bravo sindacalista, di cui non ricordo il nome, che davanti alle richieste dei dipendenti da portare alla proprietà, spiegava la sua filosofia: lo stipendio di ogni dipendente ha 2 nomi: «Dignità Sociale». Ogni persona che lavora e produce deve poter avere delle forme economiche e di sussidio per sé e la propria famiglia. Diversi indicatori misurano oggi la povertà. Uno di questi è l’indice di povertà assoluta, ossia la percentuale di persone o famiglie la cui spesa mensile è inferiore a una soglia di spesa necessaria per acquistare un paniere di beni e servizi considerati essenziali per mantenere uno stile di vita accettabile. Una percentuale questa, che è stabile da circa quindici anni. I bambini sono più a rischio povertà degli adulti e più vulnerabili ai suoi effetti. Per loro la povertà può durare tutta la vita. Scrivo questa lettera per togliermi qualcosa di interiore, dopo che mi è capitato personalmente. Mi trovavo all’ora serale agli Spedali civili di Brescia, prima di accedere ai reparti. A metà corridoio davanti ai distributori bevande, e altro, noto una persona che mi guarda e mi accenna a un saluto! E mi dice: «Non mi riconosci? Sei stato un fornitore quando io lavoravo alla...». Scambiando due parole ho notato che stava mangiando un panino prelevato prima e aveva in mano dell’acqua. Quando è arrivato il momento di poter entrare ai reparti lo saluto e gli chiedo se anche lui stava entrando in ospedale. La risposta è una cosa che non vorrei mai aver sentito. «Vengo qui ogni tanto, mangio qualcosa, così non ceno a casa, sto passando dei momenti difficili, soprattutto lavorativi». Il livello di vita, nei nostri Stati Sociali, è molto alto e molti lo considerano ormai ovvio e normale. Mi piacerebbe che, a contrasto dell’emarginazione, si animasse un dibattito sociale più incentrato sulle prospettive che possiamo offrire alle persone.

Filippo Marchetti

Botticino

Caro Filippo, la povertà non è una livella, uguale per tutti. C’è chi si sente povero perché non può acquistare un’auto nuova e chi invece si sente ricco quando ha un pasto caldo per riempirsi la pancia. E poi c’è la miseria, quella tanto buia che - per citare Hugo - per alcuni è addirittura nera. Questo per dirle che la sua lettera ci ha colpito e concordiamo sull’importanza del contrasto all’emarginazione. Il tema è quello che pone, della dignità sociale, per la cui promozione sono necessarie tre condizioni: occhi attenti, che sappiano notarla; cuori compassionevoli, per comprenderla; mani operose, affinché dalle parole e dalle pie intenzioni si passi all’aiuto nella sostanza. Atteggiamenti personali che vengono prima di qualsiasi politica, anche se poi è la politica che può dare risposte serie, non limitate ai singoli casi, evitando l’esclusione a fette intere di comunità. Ed è per questo, siamo onesti, che ci dispiace come sia naufragato - culturalmente, prima ancora che amministrativamente - il concetto di «diritto di cittadinanza». Un provvedimento che alcuni hanno adottato e poi difeso, usandolo come un’ascia, mentre altri hanno biasimato e poi affossato gettando pure il bambino insieme con l’acqua sporca. Peccato. Gli abusi che ne sono stati fatti, il pressapochismo nel promuoverlo, l’ostinazione di parte nel boicottarlo verranno forse iscritti un giorno tra gli errori evidenti di quest’epoca contemporanea. Di certo, tra gente seria, un dibattito sulle radici del problema «povertà» e sui modi in cui combatterla è necessario, prima ancora che auspicabili. Perché una società più giusta conviene a tutti, anche a chi la povertà - almeno per ora - non la rischia.

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