Tragedie da evitare al Parco delle Cave e anche altrove
La tragica vicenda del 24 luglio al Lago Gerolotto (Parco delle Cave) solleva una questione complessa e dolorosa toccando nodi strutturali che vanno ben oltre il singolo, drammatico evento. Il dibattito sul fatto che si tratti o meno di una «tragedia annunciata» si gioca proprio sulla contraddizione tra l’identità teorica dell’area e la sua fruizione reale. Il punto di partenza è centrale, la visione originaria (del 2014): la progettazione partecipata «Segni sull’acqua» (con comitati associazioni e singoli cittadini) mirava a creare un Grande parco in prevalenza naturalistico per tutelare la biodiversità, la fauna lacustre e a far sorgere un’area di mitigazione ambientale. Al contrario, fin dal 2018, grazie ai «Patti di collaborazione», siglati tra Comune e vari soggetto, l’introduzione di eventi, sport e attività ricreative ha progressivamente trasformato il parco, nell’immaginario collettivo, in un’estensione degli spazi per il tempo libero. Svariate attività come i corsi di canoa, corse podistiche, il triathlon, campeggi scout, feste di associazioni, concerti jazz, hanno minato gli equilibri ambientali e disturbato la fauna presente. Quando un’area ex industriale o di cava viene convertita e resa accessibile al pubblico per scopi ludici, ricreativi e sportivi, attira inevitabilmente flussi elevati di persone, molte delle quali inconsapevoli dei rischi specifici legati agli specchi d’acqua di falda fredda e profonda e non balneabile. I laghi di cava non sono spiagge o piscine e hanno sbalzi termici improvvisi (termoclinici) e fondali irregolari. La semplice presenza di cartelli di divieto spesso non agisce da deterrente efficace, soprattutto nei confronti dei più giovani o durante le giornate di grande calore. Negli anni molti cittadini hanno segnalato all’assessorato competente e alla Polizia Municipale tutta una serie di comportamenti scorretti (e pericolosi): cani lasciati liberi di scorrazzare, natanti impropri, tuffi e balneazione abusiva... A questo la Polizia locale risponde affrontando solo l’emergenza post chiamata del cittadino mentre il Comune che ha voluto realizzare un grande parco urbano (o area giochi) non destinando risorse per un presidio costante su aree geografiche molto vaste, non ha mai preso in considerazione le segnalazioni. Per evitare che simili tragedie si ripetano, il confronto tra amministrazione, associazioni e cittadini ruota attorno ad alcune azioni prioritarie. Ripensare la governance del parco: chiarire definitivamente la destinazione d’uso dell’area, riducendo le attività ad alto impatto per disincentivare l’idea del parco come «lido urbano» (la strada migliore sarebbe quella del parco regionale). Presidio e prevenzione attiva: integrare la cartellonistica con figure di mediazione, educatori ambientali o volontari attivi sul campo per scoraggiare i comportamenti a rischio prima che si verifichino. Barriere fisiche e dissuasione nei punti critici: implementare protezioni strutturali o sistemi di monitoraggio nei punti in cui l’accesso all’acqua risulta più facile e pericoloso. La risposta all’ortodossia del «si poteva evitare» sta nella capacità di riconoscere che la sicurezza di un parco complesso non può basarsi unicamente sulla responsabilità individuale del cittadino di fronte a un divieto scritto, ma richiede una coerenza profonda tra pianificazione, gestione dei flussi e controllo del territorio.
Daniele Marini
Comitato spontaneo contro le nocività
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