Lettere al direttore

Tassa patrimoniale. Un tema spinoso ma da affrontare

Ricorre periodicamente la proposta di introdurre una nuova tassa patrimoniale sui patrimoni superiori ai due milioni di euro, destinando il relativo gettito al sostegno delle fasce più povere della popolazione. Va però ricordato che in Italia una forma di patrimoniale esiste già da oltre un decennio, sebbene non venga definita in questi termini: si tratta dell’imposta di bollo sugli strumenti finanziari, introdotta dal governo Monti nel 2011. In molti ricorderanno le lacrime - sincere o di circostanza, secondo le diverse interpretazioni - dell’allora ministra Elsa Fornero, simbolo di una stagione di interventi straordinari che colpirono in modo trasversale i risparmiatori italiani. Questa imposta colpisce tutti i risparmiatori, senza distinzione di ricchezza, ed è prelevata automaticamente dalle banche. L’aliquota è pari allo 0,20% annuo dell’ammontare investito in titoli di Stato, Etf, azioni, obbligazioni, fondi e conti deposito. Si tratta di ricchezze sulle quali lo Stato ha già incassato la propria quota. Va inoltre ricordato che chi investe in strumenti finanziari si assume un rischio effettivo: i rendimenti non sono garantiti e il valore degli investimenti può diminuire anche sensibilmente. L’unica componente certa, anno dopo anno, è proprio l’imposta di bollo, che viene applicata anche in presenza di perdite. Si tratta quindi di un prelievo patrimoniale ricorrente, proporzionale e totalmente scollegato dai risultati dell’investimento. In questo contesto, contrapporre in modo semplicistico «ricchi» e «poveri» rischia di oscurare i criteri reali con cui affrontare le difficoltà delle fasce più fragili della popolazione. Prima di invocare nuove imposte, sarebbe più utile intervenire con azioni strutturali come l’efficienza della spesa pubblica, il contrasto all’evasione fiscale e la razionalizzazione del prelievo già esistente. Infine, chi riesce ad accumulare un patrimonio grazie alla capacità di far fruttare i propri risparmi, alla disciplina e all’impegno - qualità che non tutti scelgono di esercitare - non dovrebbe essere penalizzato. Altrimenti si finisce per applicare una sorta di meritocrazia rovesciata, in cui impegno e competenza vengono scoraggiati e no n valorizzati. Coloro che hanno patrimoni molto rilevanti dispongono di consulenti che sanno come aggirare il problema.

Damiano Ferrari

Brescia

Caro Damiano, lei solleva un problema complesso, più spinoso d’un porcospino, tanto che appena se ne accenna parte il turbinio di ululati e le accuse - bene che vada - di turbo capitalismo o di comunismo. Apprezzando le sue ragioni e l’equilibrio con cui le pone, ci limitiamo a una riflessione generale: la forbice delle diseguaglianze si sta allargando e questo non è un bene neppure per i ricchi, poiché la qualità della vita risente dell’ambiente circostante (pensiamo ai diversi Paesi in cui i cittadini più facoltosi vivono all’interno di vere e proprie «fortezze» sorvegliate o ranch blindati, a causa di tassi di criminalità estremi e di una profonda disuguaglianza sociale). Ecco perché il tema della redistribuzione parziale della ricchezza va affrontato. Una politica degna di tal nome dovrebbe farlo, con saggezza pari al coraggio. (g. bar.)

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