Sopravvissuto alla difterite: «Non si scherza»
La conosco bene la difterite, contratta a 5 anni e ad essa sopravvissuto. Per questo la morte di una bambina di 4 anni per mancata vaccinazione mi ha particolarmente colpito. Eravamo nel primo dopoguerra, vaccini e antibiotici neanche a parlarne, a S. Polo, in piena campagna. Un mattino di fine primavera, sull’ora di pranzo, mi assalì una tosse rauca, cavernosa accompagnata da qualche difficoltà respiratoria. Mia madre, compreso non trattarsi di raucedine o gola infiammata, chiamò il medico condotto. Udito qualche colpo di tosse questi consigliò l’accesso agli infettivi allora nel complesso di S. Antonino. Lo raggiunsi sulla canna della bicicletta di mio padre. Il tampone risultò positivo, quindi venni ricoverato in una stanza con una ventina di bambini affetti da difterite. Il giorno dopo un medico (forse il mitico prof. Colonnello che feci a tempo a conoscere da dipendente del Civile) si presentò con una siringona spiegandomi che quella iniezione, un siero estratto dal sangue di cavalli cui erano state iniettate delle tossine attenuate, mi avrebbe salvato. La suora alle cui cure eravamo affidati (scoprii 50 anni dopo trattarsi di suor Alessandra Bertoli, Madre Superiora della Domus e prima della Poliambulanza di via Calatafimi, con la quale ho collaborato per una decina di anni) con dolcezza e premura mi confermò la prognosi favorevole del medico. In un angolo della grande sala, una stanza dai vetri opachi fungeva da infermeria e luogo di isolamento per i più gravi, tutti trattati con il siero, come me. Con i miei coetanei, più o meno tossicchianti, si erano stabiliti rapporti di simpatia: se uno risultava assente si era capito che stava in quella stanza e non sarebbe più tornato. Da qui la richiesta a suor Alessandra: «Dov’è finito?». La risposta era: «Lui era troppo buono e allora il Signore ha deciso di prenderlo con sé». Compresi allora che l’eccesso di bontà poteva essere pericoloso. Ci vollero 40 giorni, senza contatti esterni e con un regime alimentare costituito principalmente da piatti di barbabietole rosse, per riscontrare un tampone negativo. Me ne tornai a casa sempre sulla canna della bicicletta di mio padre. Al tramonto, contro un cielo tappezzato di nubi rosse, uno stormo di rondini svolazzava e garriva. Era finita, si tornava a casa, festeggiato da fratelli e amici, giurando a me stesso che non avrei mai più consumato barbabietole rosse. Ecco perché mi risulta incomprensibile un morte evitabile soltanto con una innocua iniezione vaccinale. Chi ha sulla coscienza la morte di quella bimba? I genitori? Quel can can di pericolosi ignoranti che ritiene i vaccini pericolosi? Possa almeno, la triste vicenda, mettere in guardia tutti dai divulgatori di false informazioni pseudo scientifiche.
Sandro Albini
Brescia
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