Lettere al direttore

Sono per il diritto di scegliere fino alla fine

Di quei giorni terribili del 2024, ricordo soprattutto l’impotenza e l’impossibilità «umana» di trasformare una sentenza, emessa non da un giudice, ma da un ospedale. Credo sia impossibile accettare, a volte, ciò che stai ascoltando, ma nel dottor Giorgio, oltre alla indubbia Professionalità, c’era anche un velo visibile di Umanità e per quanto mi riguarda, bastò quello. Non fu una resa, ma direi più l’accettazione, pur se devastante, di una nuova situazione, verso la quale non potevamo più fare niente e per un figlio, credo con il senno del poi, che quel momento possa essere definito tra quelli con la punta di dolore più elevata. Il cancro ci portò via nostra madre in poco tempo e scegliemmo, senza alcuna esitazione, le cure palliative come ultimo supporto, credendo nel loro effetto antidolorifico. Oggi, proprio in questi giorni, assistiamo ad un dibattito acceso sul tema del fine vita e sul «libero arbitrio» del malato e ciò riapre inevitabilmente le ferite, specialmente quando la discussione diventa accesa, o peggio ancora, puramente politica, o solo etica, perché porre la questione su questi livelli porta, a mio parere, al relegare il malato all’ultimo posto dell’attenzione, quando dovrebbe essere invece l’interprete principale. Il mio modesto punto di vista è proprio la libertà personale di chi soffre, nel poter scegliere su come concludere la propria esistenza, ma questo, logicamente, include una situazione clinica e psicologica, che non lasci dubbi sulla volontà del paziente. Se non ci sono queste condizioni, nessun altro può e deve decidere per «noi» e ben vengano le cure palliative che tra l’altro, nonostante un sistema sanitario non perfetto, funzionano bene e sono un Diritto per tutti. Assistere i malati, è dunque sicuramente fare come fanno quotidianamente Giorgio, in prima linea nel reparto, Giovanna, con il prezioso lavoro di prevenzione geriatrica e tutte le persone che come loro, non hanno sicuramente tempo da dedicare alla pura discussione e solo a loro, dedico il mio «dopo», pieno di sofferenza per l’assenza fisica, ma anche e soprattutto, ricco di speranza per i progressi che la sanità fa ogni giorno.

Gabriele Angelo Guerini

Iseo

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