Se lo sport realizza i sogni soltanto per pochi fortunati
Il sabato e la domenica assistiamo a partite di calcio ovunque per adulti e per bambini. Molte volte si sente: «Fuorigioco» e la bandierina gialla del guardalinee si alza come una ghigliottina di tela a tagliare l’urlo dei parenti a bordo campo. Ma sono grida molto diverse da quelle che accompagnano l’annullamento di un gol. Ci sono tanti campi di calcio, di erba naturale, artificiale, in oratori e associazioni varie che sono sparsi per tutta l’Italia. Partite per bambini, ragazze, ragazzi, scorrono senza interruzione dall’alba fino a notte. Durante il sabato e la domenica centinaia di piccoli giocatori razzolano sul verde dei campi e migliaia di parenti e amici partecipano con urla, ingiurie e risse. Tutti e spesso, più gli adulti che i ragazzi, sono accomunati dall’ansia di vincere ma la comunione dei sentimenti finisce qui. Termina in una distinzione che nessuno ammette di vedere: per alcune di quelle famiglie il successo dei figli sul campo è pura gratificazione e per altri, il gol fatto, il passaggio preciso, la parata, può essere la conquista di una vita migliore. In America il calcio non è la chiave che apre le porte d’oro dei contratti professionistici, ma è il passepartout per una borsa di studio sportiva nelle università e nei licei più esclusivi che si contendono gli atleti migliori. Per molti giovani sono le migliaia di dollari irraggiungibili che sono necessari per pagarsi la retta e l’alloggio universitario per una laurea quadriennale come il football americano o il basket sono l’uscita dal laboratorio dei casermoni popolari trasformati in ghetti e così il calcio diventa il «Santo Protettore» degli ultimi immigrati, con o senza documenti e permessi di soggiorno, perché come vediamo in Europa a un profugo che sa palleggiare e dribblare tutto si perdona e si concede. Forse uno o due dei 500 maschi che sgambano sui vari campi vincerà la lotteria della borsa di studio offerta da misteriosi signori o signore che si aggirano prendendo appunti sui loro tablet, segnandosi i nomi dei piccoli giocatori da seguire e magari da bloccare subito, perché lo sport del calcio è prima di qualsiasi cosa business e affari «soldi». Mi ricordo il volto disperato di mamme salvadoregne, messicane ecc... che mandavano in campo i loro figli tredicenni sperando che fossero piccoli talenti così potevano essere reclutati. La loro disperazione diventa una sconfitta, perché lo sport che dovrebbe elevare il corpo, diventa la differenza tra tagliare l’erba di un prato o possedere quel prato.
Concetta Maria Cormio
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia


