Se l’integrazione non basta: il caso di Modena
In questi giorni è un continuo parlare della tragedia accaduta a Modena, e i «riflettori» si accendono sempre di più. Salim El Koudri, definito «laureato integrato» dai media, nutriva disprezzo per i cristiani e pubblicava vari post riguardanti invocazioni ad Allah, riflessioni su società e conformismo occidentale. Secondo me, non si tratta di commenti da parte di un individuo affetto da una patologia mentale comune; sono il linguaggio classico del jihadismo individuale, un’invocazione divina aggiunta alla giustificazione religiosa della violenza contro chi «disturba». Tutti i suoi scritti sono stati poi oscurati perché si voleva nascondere il substrato ideologico islamico. Questo individuo, definito «terrorista», rappresenta perfettamente il fallimento dei processi di integrazione. Italiano sì, ma culturalmente ancorato a un mondo dove l’Islam non è soltanto una fede privata, bensì un’identità politica e suprematista. Le seconde generazioni, invece di assimilarsi, spesso si radicalizzano di più. Il termine «remigrazione» sta diffondendosi rapidamente, ma non è efficace, a meno che non ci si riferisca alla revoca della cittadinanza per coloro che sono stati condannati per terrorismo, conformemente alla Legge italiana del 2018. Purtroppo, finora non esistono casi registrati di applicazione di questa legge per la revoca della cittadinanza a causa di terrorismo. L’episodio modenese non è un caso isolato. È il sintomo di un’Europa che ha importato milioni di persone incompatibili con i suoi valori e che ora paga il prezzo in sangue. Fino a quando continueremo a definire «disturbo psichiatrico» ciò che è, senza dubbio, una jihad personale? Quando smetteremo di nascondere i post in arabo e di oscurare gli account, per affrontare invece il problema alla radice? La risposta la danno ogni giorno le strade delle nostre città. E i feriti di Modena ne sono l’ennesima, tragica dimostrazione.
Gianmarco Dosselli
Flero
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