Lettere al direttore

Se il desiderio altrui impedisce ai giovani di lavorare

Ho letto con attenzione la lettera del professor Franco Manni sul pensionamento obbligatorio nella Pubblica Amministrazione. La sua passione per la cattedra è evidente, ma non basta a trasformare l’Italia in una «pecora nera» dell’Occidente, né a giustificare scarsa riconoscenza verso il Paese. Il limite di età non è un reperto da museo del 1957: è una scelta normativa che serve a garantire un ricambio generazionale reale, non teorico. Continuare a occupare il posto «per vocazione» non aiuta i giovani, che - a differenza del professore - non hanno ancora avuto la possibilità di esercitarne una. Sorprende la sua indignazione verso l’idea di mettere la propria esperienza a disposizione della comunità in forme diverse. Sembra quasi che, una volta lasciata la cattedra ministeriale, la cultura italiana rischi di dissolversi. Eppure esistono biblioteche, associazioni, centri civici, doposcuola: luoghi dove un docente esperto potrebbe portare un contributo concreto, senza bisogno di evocare scenari apocalittici o di immaginarsi come un predicatore solitario sulla collina del Parco Ducos. La cultura non ha bisogno di tonaconi né colline: ha bisogno di disponibilità. La rigidità invece contraddice l’idea stessa di educazione. Un insegnante non deve temere di voltare pagina, bensì solo di smettere di essere utile. E l’utilità significa anche lasciare spazio a chi deve ancora iniziare il proprio percorso professionale. Accettare il pensionamento è oltretutto un gesto di fiducia verso le nuove generazioni.

Damiano Ferrari

Brescia

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