Ragazzi in piazza, noi adulti senza risposte
Tra venerdì 16 e sabato 17 ottobre migliaia di ragazze e ragazzi della Gen Z hanno riempito le piazze italiane. Molti cortei si sono svolti pacificamente, ma non sono mancati i momenti di tensione: petardi a Roma, sassi a Torino, scontri con le forze dell’ordine a Bologna. Come sempre, sono queste immagini a dominare il racconto, mentre le ragioni di chi era in piazza restano sullo sfondo. La domanda giusta, secondo me, è cosa distingua questa mobilitazione dalle «classiche» proteste studentesche e perché si ripetano sempre più spesso. Provo a rispondere in tre punti. 1. Si organizza online. Questo rende il movimento più rapido, più diffuso e meno legato alle strutture tradizionali. 2. Le richieste sono concrete e globali insieme. Allo stesso tempo, slogan come «fondi alle scuole, non alle armi» collegano la scuola a temi più ampi, dalla guerra al costo della vita. Per noi non sono questioni separate: tutto riguarda lo stesso futuro. 3. Nessun partito sembra parlarci. Dire che i partecipanti siano «di sinistra» è probabilmente vero, ma riduttivo: molti non si riconoscono in nessuna grande forza presente in Parlamento. E poi c’è il paradosso con cui ci scontriamo ogni volta. Se stiamo fermi, siamo apatici e nullafacenti. Se scendiamo in piazza per i popoli oppressi dalle guerre, ci dicono che non pensiamo agli italiani. Se protestiamo per la nostra condizione economica e sociale, siamo quelli che creano scompiglio e rompono le vetrine. E se non ci accontentiamo di ciò che abbiamo, siamo fannulloni incapaci di impegnarsi. E siamo di nuovo al punto di partenza. Qualunque cosa facciamo, siamo in difetto. Parlo da giovane con molta paura del futuro che ci aspetta. Ma quello che sta succedendo è anche una speranza: dimostra che la nostra generazione è sveglia, arguta, informata, connessa, e che si sta muovendo.
Angelo Torri
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