Quei giorni in ospedale da bambino
Dopo aver letto, sul vostro giornale, più articoli riguardanti «I Ronchettini» e la loro destinazione d'uso, vorrei rievocare alcuni frammenti di vissuto, inerenti la mia infanzia..., nei suoi corridoi per la memoria delle migliaia di persone che in esso hanno sofferto, riso e pianto. Ricordi di un piccolo paziente più volte ricoverato a causa di una salute molto cagionevole. Mentre la strada s'inerpicava su quella collina che mi pareva altissima, appoggiato al sedile dell'auto di servizio che mia madre noleggiava con sacrifici. Associo quell'immagine un po' al cupo Medioevo, la macchina, tornante e poi curva ed io sempre più piccolo con maglioncino rosso, pantaloncini e calze di cotone traforate che facevano male solo a guardarle. Subito incontravo il portinaio, il primo sguardo, a destra per vedere se il paravento d'acciaio con una tela beige fosse al suo posto, segnava il limite invalicabile. A sinistra invece l'ambulatorio dove si faceva la prima visita. Non sempre c'era colui che definirei «il maestro» il mitico prof.re Abba. Non appena mi vedeva esclamava «Ancora qui... Pistola!» a me sembrava vecchissimo, ma con la stessa bontà di un nonno! A volta invece capitava la dott.ssa T. a mio dire donna d'acciaio che mi incuteva paura... e che dopo tanti anni ebbi modo di apprezzare per le sue capacità e competenze di pediatra con la mia prima figlia. Mi riconobbe e sbalordita non credeva ai suoi occhi: che un mucchietto di ossa fosse diventato un pezzo d'uomo... il «Becosim» allora era valido. Notai nel suo studio un quadro dove lei, Abba e altri due dottori, in camice, posavano per una foto e che fin dai tempi passati venivano chiamati «i moschettieri». Ritornando al paravento, oltre la sala dei maschi, con enormi letti bianchi nell'angolo in alto la tv che io non avevo ancora e dove potei vedere «il piccolo Alverman»... ricordi bellissimi... Se il n. 25 era libero, mi veniva assegnato perché era il mio preferito, pari pari in fondo la sala delle femmine, dove al mattino venivano somministrati i farmaci, di fronte, se non ricordo male, la chiesetta... il corridoio ampio con tavolini e sedie fungeva da refettorio. Quando il piccolo paziente si confrontava con il cibo erano guai... poi le bretelle con cui si veniva legati alla testata del letto, oppure al pomeriggio i bambini che non volevano dormire e non stavano a letto facevano togliere la parte inferiore del pigiama, costringendoli a letto per la vergogna. Ho anche ricordi piacevoli come il giardino, in fondo al corridoio, dove nelle giornate di sole una suora ci accompagnava tra i ciliegi in fiore, mi sembrava un angelo!! Un ricovero strano, un anno, mi fece salire di un piano: la mia sala dietro il paravento era allagata a causa di una tubatura. Fu una fortuna!!! Tutto mi risultò subito diverso!!! C'erano bambini più piccoli e con loro le mamme, cosa che sotto non era permessa. La degenza lì era più facile, perché un po' d'amore e aiuto le mamme lo davano a tutti noi, non solo ai propri bimbi e le cinghie, mutande, pantaloni non erano usati come coercizione. Poi c'era una scaletta dove si poteva giocare ... Un ulteriore ricovero mi fece innalzare ancora di un piano a causa di problemi tonsillari. Lì mi resi conto che la società è una scala: più sei in alto, più si sta meglio. C'erano le mamme, le stanze erano molto più accoglienti e la sala giochi con altalena e scivolo... un sogno! E in più da lì si vedevano arrivare le mamme. Mia madre mi diceva sempre di aver consumato molte scarpe dalla stazione fin su le scale. Il giorno più bello era la domenica quando mi portavano le meringhe di Bedont ed un bellissimo gioco: Pluto di gomma che saltava facendo pressione su di una piccola pompetta ad aria. Questi ricordi, non privi di incubi, per anni mi hanno accompagnato. Un grazie al prof. Abba e alla prof.ssa Tampalini. Quando mi trovo a passarvici davanti il mio sguardo va a quella collina, il tempo, il lavoro come le rughe sul volto di una madre che ha dato molto. Ma, come si dice, tutto ha una fine. Oggi i bambini sono accolti in altri ospedali più accoglienti - almeno spero - e l'edificio giallo sbiadito sparirà per far posto a un residence o albergo. Tuttavia i miei ricordi, come quelli di altre persone, non si possono cancellare, come i sorrisi e gli incubi... come quella collina, qualsiasi cosa vi costruiranno, sarà sempre la mia collina dei Ronchettini...
Gianpietro Dotti
Bagnolo Mella
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