Lettere al direttore

Quanto ho imparato dalle parole di Guccini

Il tempo, caro Francesco, è volato via in fretta e nessuno meglio di te lo può capire. Sei stato il cantore del suo scorrere inesorabile e ora che non ci sei più, «chi glielo spiega a chi è giovane adesso di quante volte si possa sbagliare fino al disgusto di ricominciare»? Ma, come scrivevi, «la vita va avanti con noi o senza e ogni cosa si crea». Perché la vita merita di essere vissuta. Sono cresciuto con le tue canzoni ma non ti ho mai considerato un cantante nel senso stretto del termine, piuttosto come un fratello maggiore. Quando ti ho conosciuto, sul finire degli anni Settanta, ero poco più di un bambino e l’Italia ancora scossa da forti tensioni politiche. Non capivo granché di quello che stava accadendo (o forse lo capivo perfettamente) però il mio spirito, già allora, si schierava dalla parte del macchinista della «locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia». Gli anni passarono: arrivarono i primi amori, le crisi esistenziali, le difficoltà, le gioie, le delusioni, le esuberanze, l’impegno politico, gli errori e gli imprevisti che ti mettono di fronte a delle scelte a volte dolorose. In qualsiasi accadimento c’eri tu con le parole e le tue canzoni. Mi hai dato la forza per rialzarmi e ricominciare tutto daccapo innumerevoli volte; così come il coraggio di incazzarmi e di ribellarmi al materialismo, perché «io sono solo un povero poeta di Guascogna però non la sopporto la gente che non sogna». Mi hai insegnato a non essere indifferente verso il nostro «piccolo cosmo personale» e che potrebbe essere peraltro il rione in cui si vive o lo stesso vicino di casa. Mi hai insegnato l’importanza di ascoltare e di capire lo stato d’animo di chi mi sta di fronte: «Mi dice cento volte tra la rete del giardino, di una sua gatta morta e di una lite col vicino». Perché, e questo è stato il tuo insegnamento più importante, ciascuno di noi ha qualcosa da raccontare oppure la necessità di far sentire la propria voce. In ultimo, hai contribuito a trasmettermi la passione per la scrittura: quel «e io burattinaio di parole» è stato come un dardo nel cuore che non mi ha più abbandonato. «La notte, udite, sta per finire ma il giorno ancora non è arrivato. Sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato. Ma io veglio sempre perciò insistete, voi lo potete, ridomandate. Tornate ancora se lo volete, non vi stancate». In questa frase è racchiuso il senso della vita: andare avanti, tornare, chiedere, non arrendersi e ritornare. D’altronde «siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno». Ciao Francesco e grazie.

Stefano Ardau

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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