Quanti termini da battaglia nel gergo sportivo
I mondiali di calcio 2026 sono appena stati archiviati. È risaputo come il gioco del calcio rievochi un campo di battaglia conteso tra i due schieramenti, anche il gergo militare è presente in abbondanza: difensori contro attaccanti, un capitano di qui e uno di là, cannonieri, bomber, barriere, rigori e punizioni, bordate esplosive e colpi di testa micidiali, estremi difensori che sventano minacce, assalti e arrembaggi nei minuti finali, e tutto questo immane lavoro solo per far oltrepassare ad una sfera di cuoio la linea di porta. Alla fine dello scontro, ad eliminazione diretta, da una parte tifosi che impazziscono di gioia e dall’altra, invece, tifosi avversari in preda ad un pianto inconsolabile. Se ad un alieno venisse data la possibilità di vedere tutto questo, e anche nel contempo assistere alle vere tragedie che si stanno consumando sotto i nostri occhi nei numerosi cantieri di guerra aperti in varie parti del mondo, credo che penserebbe che uno spettacolo così possa andare in scena solo sul pianeta Terra abitato dall’homo sapiens.
Daniela Farina
Cara Daniela, ha ragione: nel panorama sempre più piatto delle parole - usiamo sempre meno vocaboli, una povertà culturale che avanza - l’appiattimento del gergo sportivo a quello militare è evidente. Non volendo tuttavia cedere al pessimismo, proviamo a girare la frittata, sottolineandone anche l’elemento positivo. Lo sport questo ha di bello: è un surrogato della battaglia, rappresentando una sublimazione dell’aggressività, un canale di sfogo regolato e un sostituto ritualizzato del conflitto. La pensava così il famoso etologo Konrad Lorenz, che descriveva lo sport come «una forma di combattimento non ostile imbrigliato da regole rigide, capace di dare sfogo all’energia aggressiva e all’entusiasmo di fazione senza distruzione». Agli alieni toccherà dunque farsene una ragione. Anche perché la guerra vera è ben peggio.
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