Quando chi cura viene lasciato solo (e non cerca pietà)
Vi scrivo perché sono stanca di sentire parlare di «vocazione alla cura» da parte di grandi fondazioni ospedaliere bresciane quando, nella pratica, i loro comportamenti raccontano tutt’altra storia. Ho dedicato 17 anni della mia vita a una nota fondazione ospedaliera cittadina. Lì mi sono formata, lì ho lavorato con dedizione totale per quasi due decenni, specializzandomi in un ambito delicato e logorante come l’oncologia. Oggi, colpita da gravi problemi di salute, sono stata «ringraziata» con un licenziamento per superamento del periodo di comporto. La domanda che pongo è molto semplice, ma vorrei una risposta onesta: è possibile che una realtà che si definisce «no-profit» e che si riempie la bocca di etica e attenzione alla persona, scarichi senza battere ciglio una professionista esperta nel pieno di una carenza di infermieri drammatica? Dov’è finita la tanto sbandierata attenzione alla fragilità quando a diventare fragile è chi, per anni, ha garantito il funzionamento dei reparti? È umiliante vedere come la burocrazia più cieca prenda il sopravvento su qualsiasi logica di buon senso o di gratitudine. Hanno preferito perdere una risorsa formata e competente piuttosto che fare lo sforzo minimo di cercare una soluzione, dimostrando che, dietro l’etichetta «no-profit», spesso si nasconde un cinismo aziendale che nulla ha da invidiare alle peggiori realtà commerciali. Non cerco pietà, cerco di denunciare l’ipocrisia di un sistema che pretende tutto dai propri dipendenti finché sono produttivi, per poi dimenticarsene nel momento del bisogno. Spero che questa mia riflessione trovi spazio sulle vostre pagine, perché credo sia ora di smascherare chi predica bene e razzola molto male.
Immacolata di Iasio
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