Prendersi cura degli anziani qualifica una città
Una città che si prende cura dei suoi anziani è una città che si prende cura del proprio futuro! Viviamo in un tempo che corre sempre più veloce. Le giornate si riempiono di impegni, le persone si incrociano senza più guardarsi, e spesso sembra che ciò che non produce, non consuma e non corre debba necessariamente essere lasciato ai margini. Ma gli anziani non sono un peso, sono la nostra memoria vivente. Dentro le loro mani ci sono lavori, sacrifici, guerre, rinunce, speranze. Dentro i loro silenzi ci sono spesso intere vite che nessuno ha più il tempo di ascoltare. Una città non si misura soltanto dalla modernità dei suoi edifici, dalla velocità dei suoi servizi o dalla tecnologia che riesce a offrire, ma da come tratta chi è più fragile, da quanto spazio riserva alla solitudine. Perché la solitudine non è soltanto vivere da soli: è vivere in mezzo agli altri senza che nessuno abbia più il tempo di fermarsi, ascoltare, chiedere: «Come stai?» Gli anziani hanno bisogno di servizi, di assistenza e di cure, certamente. Ma hanno bisogno anche di qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: la presenza umana. Una telefonata, una visita, una conversazione, una panchina dove incontrarsi, un luogo dove sentirsi ancora parte della comunità. Una città che ascolta i suoi anziani non ha paura della memoria. Una città che li protegge è una città che riconosce il valore della fragilità. Una città che li fa sentire ancora necessari è una città più umana per tutti. Perché il futuro non nasce dimenticando il passato. Nasce quando una generazione tende la mano all’altra.
Elisa Lavanga
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