Percorso di tutela: funziona ma c’è troppa burocrazia
Desidero esprimere un sincero plauso agli Spedali Civili di Brescia per come si è conclusa una vicenda che ha riguardato mio padre, ultraottantacinquenne, al quale il medico aveva prescritto una visita dermatologica con priorità da effettuarsi entro dieci giorni. Telefonando il primo appuntamento disponibile era nella seconda metà di ottobre, ben oltre il termine indicato nella ricetta. A quel punto sono stato io a dover chiedere espressamente l’attivazione del cosiddetto «percorso di tutela», lo strumento previsto da Regione Lombardia proprio nei casi in cui il Servizio sanitario non riesca a garantire la prestazione nei tempi della classe di priorità prescritta. Ho quindi scritto una Pec e contattato l’Urp, allegando la ricetta con l’indicazione dell’urgenza. La risposta è arrivata il giorno successivo: mi è stato chiesto di compilare un apposito modulo, firmarlo e trasmetterlo nuovamente insieme alla copia del documento di identità, della tessera sanitaria e della ricetta. Per farla breve, dopo circa 8 giorni mio padre ha potuto effettuare la visita dermatologica agli Spedali Civili. Risultato raggiunto. Rimane però una domanda. Perché tutto questo deve dipendere dalla capacità del cittadino, o di un familiare, di conoscere preventivamente l’esistenza del «percorso di tutela», di richiederlo espressamente, di scrivere una Pec, di compilare moduli e di allegare nuovamente documenti che in buona parte sono già nella disponibilità del Sistema sanitario? Dovrebbe essere un automatismo, non un percorso a ostacoli.
Giulio Treccani
Gavardo
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