Lettere al direttore

Mia figlia bocciata, quanta amarezza. Scuola inadeguata

Vi scrivo come genitore profondamente amareggiato, indignato e stremato per denunciare una palese negazione del diritto allo studio, culminata nella bocciatura di mia figlia a causa del mancato supporto da parte delle istituzioni scolastiche e di un accanimento che ha travolto la nostra famiglia. Ci tengo a chiarire immediatamente un punto per me fondamentale: non scrivo questa lettera per contestare la bocciatura in sé. Sappiamo benissimo che un anno scolastico può andare male e che una bocciatura fa parte delle regole del gioco. Quello che reputo inaccettabile, e che mi spinge a denunciare pubblicamente, è il trattamento che è stato riservato a mia figlia e il principio gravissimo che questa scuola ha cercato di imporre: l’idea che uno studente non possa accedere all’istruzione liceale per il solo fatto di avere una difficoltà certificata. Mia figlia è una ragazza con diagnosi di Dsa (disturbo specifico dell’apprendimento), nello specifico difficoltà nella comprensione del testo. Nonostante questo, grazie a strumenti adeguati alle medie (tra cui lo scorporo del testo), ha superato l’esame di terza media con la valutazione finale di 8/10, affrontando regolarmente tutte le prove, dimostrando tanta determinazione. Con questo bagaglio ha scelto di frequentare un Liceo della provincia. Purtroppo, all’interno dell’istituto ci siamo scontrati con un muro di pregiudizio e gravi scorrettezze. Al momento della firma del Pdp (piano didattico personalizzato) a dicembre, la professoressa coordinatrice ci aveva mostrato un modello di verifica personalizzata idoneo per le sue difficoltà. Successivamente, le verifiche reali somministrate durante l’anno si sono rivelate diverse, nel documento del PDP ufficiale, non sono state inserite le modalità di tutela che ci erano state prospettate al momento della firma. Durante l’anno abbiamo avuto svariati incontri ufficiali con la professoressa coordinatrice di classe e la dirigente scolastica. In queste sedi la coordinatrice ha affermato testuali parole: «La ragazza studia tantissimo ma non ce la fa», sentenziando preventivamente che in terza superiore non riuscirebbe ad affrontare filosofia e in quinta non riuscirebbe ad affrontare l’esame di Stato, e che l’unica strada per lei sarebbe un istituto professionale. Questa situazione ha avuto un impatto pesantissimo sia su mia figlia che su noi genitori. Mia figlia è stata letteralmente massacrata e scoraggiata in ogni modo, privata della fiducia nelle sue capacità proprio da chi avrebbe dovuto educarla e includerla. È stato un anno emotivamente e psicologicamente devastante per tutti noi. La gravità istituzionale ha toccato il culmine quando, di fronte alla mia richiesta di un percorso semplificato (ho usato questo termine perché alle medie mi parlavano di verifiche semplificate, ho scoperto poi che in realtà erano personalizzate) la scuola mi ha risposto che per ottenere un percorso semplificato dovevo fare richiesta della legge 104 per disabilità, dimostrando una totale confusione tra Dsa e disabilità. A causa di questa visione la scuola ha redatto un Pdp del tutto inadeguato, ridotto all’uso minimale di sole mappe e parole chiave, ignorando completamente le reali necessità di scorporo e accessibilità del testo necessarie per la sua diagnosi. Di conseguenza mia figlia è stata rimandata a giugno in tre materie ad alto carico di letteratura: scienze umane, latino e letteratura. Agli esami di recupero è stata bocciata. La legge 170/2010 obbliga le scuole a garantire strumenti compensativi efficaci per dare pari opportunità. Negare il diritto di frequentare un liceo a un’alunna che studia tanto, usando la sua diagnosi come un limite insormontabile anziché applicare la didattica inclusiva prevista dallo Stato, non è il fallimento di una studentessa, ma il crollo del dovere educativo della scuola. Spero che questa denuncia serva a tutelare altri ragazzi che si trovano nella stessa situazione di mia figlia.

Lettera firmata

Carissimo, non sappiamo se il suo sfogo servirà a tutelare altri ragazzi, di certo è assai utile a noi. Spesso infatti si sentono critiche per quelle che paiono esagerazioni («ai nostri tempi certe attenzioni non c’erano e siamo cresciuti ugualmente!»), prendendo spunto da considerazioni in parte ragionevoli («possibile che i casi di Dsa si stiano moltiplicando?»), scordando il vero nocciolo della questione: prima delle statistiche e delle etichette vengono le persone. Di inaccettabile, in ciò che racconta, c’è la superficialità della scuola e degli insegnanti che hanno dimostrato di non conoscere le basi teoriche dei disturbi dell’apprendimento e di essere incapaci di «guardare» nel profondo sua figlia, di instaurare una relazione autentica, che ne sapesse esaltare le potenzialità e non soltanto certificare i limiti. A lei invece chiediamo un’impresa non facile: andare oltre il rammarico e mantenere serenità, per non far sentire sua figlia altresì responsabile di tanta rabbia, di un pur comprensibile sconforto e rancore.

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