Lettere al direttore

Ma quanto ci costano sindaci, vicesindaci e assessori?

In questi giorni ho potuto dare un’occhiata al bilancio preventivo del Comune di Ghedi per l’anno 2014. Da malizioso cittadino sono andato a vedere quanto è previsto per le spese della «politica» (sindaco, vicesindaco, assessori, consiglieri comunali). Per questi costi (cap. 101013) è prevista, per il 2014, una voce di spesa di 178.000 euro circa. Pari, più o meno, al valore del costo del servizio della nettezza urbana. Più della metà di questa somma sono gli emolumenti di sindaco e vicesindaco. Nel 1980 le spese per sindaco, vicesindaco e assessori, erano poco più di 20.000.000 di lire. Un bel salto! E anche allora si costruivano scuole e palestre, si asfaltavano le strade, ecc. A fronte della obiezione sulla scarsa incisività dell’Amministrazione comunale nel settore degli investimenti, viene replicato, dagli attuali amministratori, che il patto di stabilità e gli scarsi trasferimenti dello Stato obbligano il Comune a fare poco più dell’ordinaria amministrazione. Ma per fare l’ordinaria amministrazione non serve «la politica». Non serve accapigliarsi in campagna elettorale su programmi che per incapacità e/o difficoltà finanziarie non avranno mai le gambe per poter essere realizzati. E quindi non serve avere un sindaco e un vicesindaco e degli assessori stipendiati. Ormai chi si candida a fare il sindaco o il vicesindaco, molto spesso, è attratto da emolumenti che sono superiori a quelli che percepisce normalmente nello svolgimento (quando ce l’ha) del proprio lavoro. Questa è una grave stortura del nostro sistema. Perché non si può ritornare al volontariato dei decenni passati, a zero costi?

Ludovico Guarneri - Brescia

I costi della politica, un cavallo di battaglia trasversale. E alla fine si trova sempre che i politici costano troppo e che si dovrebbe tornare all'originario «spirito di servizio». Pubblichiamo questa lettera - indipendentemente dal Comune cui fa riferimento - perché, tra le non poche che affrontano questo tema, pare la più dettagliata. Salvo poi giungere alle stesse conclusioni delle altre. E allora, una volta tanto, e proprio per favorire un ragionamento che vada oltre la moda del tempo, vorrei provare a fare il discorso procedendo al rovescio: amministrare un Comune è un bell’impegno, tanto più in questi tempi di cinghie tirate e vacche magre, perché non riconoscere che questo impegno merita di essere retribuito? Il «quanto» è stabilito per legge. E val la pena di dirlo con esattezza, per non incappare in somme che paiono «mostruose» (e fanno giusto il gioco della tesi che alla fine si vuole sostenere). Eccole le indennità previste dalla legge. Per un sindaco di un capoluogo di Provincia la cifra è di 5.052 euro se ha già un altro lavoro, altrimenti è di 6.315 se lo fa a tempo pieno. Il vicesindaco percepisce 2.273 euro (3.410 euro se lo fa a tempo pieno). L’assessore, rispettivamente 2.021 euro, oppure 3.031 euro. Per Comuni con più di 20mila abitanti, il sindaco percepisce 3.667 euro (4.964, se lo fa a tempo pieno). Il vice rispettivamente 1.471 euro, oppure 2.207. L’assessore 1.103, o se lo fa a tempo pieno riceve 1.655 euro. Per i Comuni tra 20mila e 10mila abitanti. Il sindaco percepisce 2.893 euro, o 3.906 se lo fa a tempo pieno. Il vice, rispettivamente 1.157 oppure 1.562; l’assessore 868 euro, oppure 1.172 se lo fa a tempo pieno. Per i Comuni tra diecimila e cinquemila abitanti le cifre sono queste: per il sindaco 1.945 euro (o 2.626 se lo fa a tempo pieno); per il vicesindaco 778 euro, o 1.050; per l’assessore 584, oppure 788 se la fa a tempo pieno. Per i Comuni tra i cinquemila e i tremila abitanti: al sindaco vanno 1.691 euro (2.283 se lo fa a tempo pieno); al vicesindaco 676 euro, o 913 se lo fa a tempo pieno; all’assessore 507 euro, o 684 se lo fa a tempo pieno. Per i Comuni con più di mille abitanti: al sindaco 1.333 euro (1.800 se lo fa a tempo pieno); al vice 533 (720 per il tempo pieno); all’assessore 400 euro (540 per il tempo pieno). Nota bene: le cifre vanno intese come il massimo lordo possibile, per 12 mensilità. Provate a fare i conti e vedrete che la grandissima parte degli amministratori pubblici ha diritto a uno stipendio dignitoso, ma nella norma di un qualsiasi funzionario d’impresa privata. Detto questo, mi permetto di fare solo altre due considerazioni. La prima: togliere l’indennità al pubblico amministratore significherebbe, di fatto, avere sindaci e assessori solo tra coloro «che se lo possono permettere». Può essere una scelta, ma va nella direzione contraria a quella di una democrazia popolare e partecipata. La seconda: togliere l’indennità ai pubblici amministratori significa, di fatto, renderli più esposti - per usare un eufemismo - alle pressioni di chi potrebbe offrire loro qualche compenso in cambio di favori... Con queste due considerazioni, già fin dall’antica Grecia si stabilì che fosse utile dare un compenso a chi si impegnava nell’amministrazione pubblica. Anche l’autore della lettera dovrà pur ammettere che i 20 milioni del 1980 non erano «zero costi». Detto tutto questo, nulla impedisce a chi viene eletto di rinunciare alla sua quota, o ridursela. Ma per sua libera scelta. E a quelli cinici come me susciterebbe più dubbi che entusiasmi: più che rinunciare al compenso mi piacerebbe che se lo guadagnasse per intero. (c. bar.)

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...