Lo Stato siamo anche noi, viviamo di conseguenza
Scusate, sono Stato anche io. Perché quello che sta succedendo non riguarda soltanto chi ci governa. L’altra sera ero alla festa di compleanno di mio nipote. Ha compiuto tre anni. C’erano i suoi amichetti, più o meno della sua età, accompagnati dai genitori e giocavano tra loro divertendosi un sacco, con quella felicità piena e incontenibile che hanno i bambini quando si sentono liberi di esprimersi. Io ero tra gli adulti che li guardavano. A un certo punto mi sono fatto una domanda che mi è poi rimbalzata in testa per tutto il tempo. «Che mondo gli stiamo lasciando?». Me la sono portata a casa. Me la porto dietro anche adesso, mentre scrivo. «Sono Stato anche io», è il modo con cui voglio confessare la mia complicità. «Sono Stato anche io», con la maiuscola, vuol dire che lo Stato a cui diamo sempre tutta la colpa non abita da un’altra parte, ma è costituito dalla somma di quello che tutti noi facciamo ogni giorno e soprattutto di quello che decidiamo di non fare. Ogni volta che non chiediamo lo scontrino perché «tanto è poco», togliamo risorse alla scuola in cui quei bambini entreranno tra pochi anni. Quando accettiamo il lavoro senza fattura per risparmiare l’Iva, stiamo pagando di meno oggi un conto che arriverà ai nostri nipoti domani, con gli interessi. Quando facciamo lavorare in nero la persona che assiste il nostro genitore anziano. Quando compriamo al prezzo più basso con la consegna gratuita entro il giorno successivo, qualcuno quella consegna la paga e spesso è un ragazzo poco più grande di quelli scesi in piazza, che sta su un furgone tutto il santo giorno, a cottimo. E se l’appartamento in centro lo mettiamo sugli affitti brevi perché «rende di più», contribuiamo a costruire proprio quelle città vetrina da cui i ragazzi dicono di sentirsi espulsi. Certo, nessuno di questi gesti, preso singolarmente, è una tragedia. E questo è proprio il motivo per cui li compiamo con tanta leggerezza. Il guaio è che non siamo i soli a farli: si ripetono milioni di volte, ogni giorno e alla fine qualcuno ne paga il prezzo. Noi stessi ne paghiamo il prezzo. E ancora più di noi, che magari possiamo permetterci di prendere altre strade, lo paga chi un lavoro in regola non ce l'ha; chi dipende da un servizio pubblico che si ridimensiona anno dopo anno; chi è troppo giovane per avere voce in capitolo. La domanda di quella sera resta lì: possiamo pretendere che lo Stato funzioni, se ognuno di noi, nel suo piccolo, ci vive dentro come fosse un turista di passaggio? Allora, ragazzi, scusate. Scusate se vi abbiamo raccontato che per avere un futuro garantito bastava studiare ed impegnarsi e poi vi abbiamo offerto stage gratuiti e contratti a termine rinnovati finché conveniva a noi. Scusate se abbiamo chiamato flessibilità quella che per voi era l’impossibilità di costruire un progetto qualsiasi, anche solo permettervi un mutuo. Scusate se ci siamo indignati per le vetrine rotte di Milano molto più di quanto ci indigniamo, ogni anno, per le valigie che fate. Le vetrine rotte vanno condannate e io le condanno. Le valigie le abbiamo considerate normali. E badate bene, non dico che le esperienze fuori dall’Italia non vadano fatte, anzi. Avessi avuto io la testa e le possibilità per farle ai miei tempi! E scusate se abbiamo pensato che le regole fossero sempre fatte per qualcun altro: le tasse, la fila, il contratto da applicare a chi lavora per noi e ci arricchisce. Una scusa che non cambia niente però è un’altra forma di comodità, lo so. Non ho un programma da proporvi. Però ho una lista di abitudini da rivedere e la prima è smettere di dire «lo Stato» come se parlassi di qualcun altro. Quando mio nipote e i suoi amichetti avranno l’età per scendere in piazza, vorrei riuscire a guardarli senza abbassare lo sguardo. Spero di riuscire a farlo.
Carlo Fenaroli
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia


