Leone deve affrontare anche la sfida dei conti
Nel mese di agosto papa Leone XIV ha provveduto a nuove nomine nei Dicasteri del Pontificio Comitato di Scienze storiche e nel Consiglio per l’Economia del Vaticano. Storia ed economia: due settori nevralgici per il minuscolo Stato. In particolare quello dell’economia. Il Pontefice deve essersi accorto del rapporto, fondamentale tra entrate ed uscite. Nel caso specifico del Vaticano e della Santa Sede, il dualismo storico che regge la Chiesa universale, l’utilizzo delle entrate per sostenere le spese è di natura esclusivamente finanziaria. Così il Consiglio per l’Economia è il centro nevralgico dell’esistenza dello Stato. I nuovi nomi, laici e religiosi, rispondono alle esigenze del mondo contemporaneo e fanno emergere un nodo storico sempre presente nella vita millenaria della Chiesa: la gestione delle risorse finanziarie in uno Stato dove è prevalente l’elemento religioso quasi sempre privo di educazione finanziaria. Un esempio relativamente recente lo ha dato Pio XII quando, appena eletto nel 1939, decise di diventare il «Papa delle Commissioni» nel senso di creare apposite Commissioni cardinalizie per il controllo delle tre Amministrazioni finanziarie: Amministrazione Pontificia per le Opere di Religione (trasformata in Ior nel 1942); Amministrazione dei Beni della Santa Sede; Amministrazione Speciale della Santa Sede. La preoccupazione maggiore era per quest’ultima, la più importante per il volume delle risorse, ottenute dalla Convenzione finanziaria legata ai Patti Lateranensi del 1929, impegnate sui mercati finanziari di tutto il mondo. La composizione di queste nuove Commissioni cardinalizie presentava, però, un difetto: nessuno dei cardinali sapeva alcunché di finanza e tantomeno era in grado di controllare e contestare le scelte del delegato dell’Amministrazione Speciale, l’ing. Bernardino Nogara, l’unico veramente in grado di conoscere profondamente le dinamiche finanziarie mondiali e il vero «uomo delle finanze vaticane». Il motivo principale era che la Curia e i nipoti di papa Pacelli, non sopportavano «i lombardi» e avrebbero preferito continuare i giochi di sempre. Non se ne fece nulla, come ebbe a dichiarare mons. Domenico Tardini, sostituto alla Segreteria di Stato con Giovanni battista Montini, che pure era stato nominato segretario in quella Commissione: «Non capisco nulla di quanto fa il Delegato». Leone XIV non pare nella medesima situazione ma si rende conto, a mio avviso, che il problema è molto più profondo e riguarda la formazione del Clero sempre più sudamericano e afro-asiatico e non sempre in grado di amministrare parrocchie e diocesi. D’accordo con l’inserimento di laici nel loro controllo, ma il percorso religioso riguarda teologia e canonistica, ma non l’economia e la finanza. Forse aveva ragione Bonifacio IX, al secolo Pietro Tomacelli, che, sul letto di morte nel 1404, sospirava: «Se avessi un po’ di denaro mi sentirei meglio».
Maurizio Pegrari
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