Le responsabilità sulle curve delle Coste
Le scrivo ancora con il cuore stretto per ciò a cui ho assistito giorni fa lungo le coste di Sant’Eusebio. Mi trovavo di passaggio in moto quando ho visto un motociclista riverso sull’asfalto e, chino su di lui, un altro motociclista, un «fratello» che forse nemmeno conosceva, premere con tutte le sue forze sul petto per non lasciarlo andare. Mi si sono fermate le mani sul manubrio, anche perché l’incidente era chiaramente avvenuto da poco tempo, ed è un’immagine che non riesco a togliermi dalla testa. L’epilogo che leggo sul giornale mi rattrista ulteriormente. Ed è proprio quella scena, in fondo, a raccontare cosa significhi davvero appartenere a questo mondo: non la spavalderia che finisce sulle cronache, ma due sconosciuti legati dalla stessa passione, uno che lotta con le proprie mani per la vita dell’altro in mezzo a una strada. Io a questo mondo mi sono avvicinato da appena un anno, attratto da quel senso di libertà e di appartenenza che solo chi guida una moto può capire. Forse è anche per questo che sento il bisogno di scriverle. Sulle responsabilità di questo incidente farà chiarezza la Polizia stradale. Ciò che è certo, però, è che una tragedia come questa non si esaurisce in chi resta a terra. Le vite che ne escono segnate sono molte: la famiglia del motociclista, che in un istante vede crollare tutto; chi, come me, si è trovato di passaggio e porterà a lungo negli occhi quell’immagine; i soccorritori, i vigili, i medici, che ogni volta raccolgono i frammenti di un dolore che non è il loro, eppure se lo caricano sulle spalle. Un incidente non finisce sull’asfalto: si allarga in cerchi e tocca decine di persone. Ma quello che voglio dire, da motociclista, è che su quel tratto regna da diverso tempo una pericolosa imprudenza, e sarei disonesto se non ammettessi che parte della colpa è anche «nostra»: tutti sanno che quella strada viene percorsa a velocità sostenute, purtroppo a volte con esiti fatali. La colpa, però, non è soltanto nostra, a differenza di quanto si legge spesso. Su quella stessa strada ho visto meno di un mese fa con i miei occhi un’automobile che, curva dopo curva, invadeva platealmente la corsia opposta, sfiorando una decina di motociclisti che arrivavano in senso contrario: trattandosi di curve cieche, è mancato pochissimo a un’altra tragedia come quella di domenica. Per questo leggo con sgomento l’ipotesi di chiudere quel tratto alle moto, come se fossimo «noi» la causa di tutto, come se bastasse a cancellare comportamenti scellerati come quelli di cui sopra. Chiudere una strada non cambia chi guida male: lo sposta semplicemente altrove. La soluzione che propongo è tanto semplice quanto realizzabile in tempi rapidi: installare dei tutor per il controllo della velocità media, in particolare alla curva dell’incidente di domenica e all’ultimo tornante a destra, in fondo alle coste verso Odolo, oltre a convertire in «tutor» gli autovelox già esistenti.
Lettera firmata
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