La sindaca di Collio e il centro migranti non sono collegati
Scrivo in riferimento all’articolo pubblicato dal Giornale di Brescia il 10 settembre sulle indagini che coinvolgono la sindaca di Collio, Mirella Zanini, insieme ad altre persone, per cittadinanze facili e residenze fittizie concesse a cittadini stranieri - nello specifico brasiliani - ottenute dietro pagamento. Una premessa è doverosa: sono e resto garantista. Le ipotesi formulate dagli inquirenti dovranno essere verificate nelle sedi competenti, e non spetta a me anticipare conclusioni o condanne prima che la giustizia faccia il suo corso. Proprio per questo, però, non posso restare indifferente di fronte a un accostamento che trovo fuorviante: quello con il centro profughi di San Colombano. Lì si è sempre operato nel rispetto pieno delle procedure previste, garantendo un percorso di accoglienza serio e trasparente, che portava - quando ne ricorrevano le condizioni - al rilascio di permessi di soggiorno secondo le regole. Quello che emerge oggi invece dalle indagini sull’operato della sindaca è tutt’altro: ipotesi di residenze false, documentazione irregolare, cittadinanze ottenute illegittimamente. Sono due mondi diversi, e vanno tenuti distinti. So bene che attorno al centro si consumò anche una dolorosa vicenda di cronaca, e non intendo in alcun modo minimizzarla o cancellarla. Ma quell’episodio non è imputabile alla gestione della struttura, che già nel 2015, nell’ambito del progetto di accoglienza, operava con correttezza e nella piena legalità. E qui la differenza si fa ancora più netta. Perché a essere oggi coinvolta nelle indagini non è una privata cittadina, ma chi allora - sempre nel 2015 - si poneva come una delle voci più ferme e intransigenti contro l’immigrazione sul territorio, arrivando a farne un cavallo di battaglia della propria campagna elettorale. E chi oggi risulta indagata non è una cittadina qualunque: è la sindaca di Collio, una carica pubblica che comporta responsabilità ben maggiori verso i cittadini che l’hanno eletta. Se le ipotesi degli inquirenti dovessero trovare conferma, il contrasto tra le parole di allora e i fatti di oggi susciterebbe più di un legittimo interrogativo. Così pure resterebbe da chiedersi come sia possibile che, all’interno del Comune, nessuno si sia accorto di fatti illeciti perpetrati per anni. Pur nel dovuto rispetto dei tempi della giustizia, è innegabile che quanto sta emergendo restituisca un’immagine tutt’altro che positiva del Comune di Collio. Dopo anni di sofferenze e gogna mediatica, ritengo corretto che il nostro operato non venga più accostato al Comune di Collio che ci ha sempre ostacolato pur operando noi, da privati cittadini, nella piena legalità.
Raffaella Ghidoni
Cara Raffaella, comprendiamo lo stato d’animo, perciò diamo eco alla sua voce. Con due annotazioni. La prima riguarda «l’accostamento fuorviante», ma su cui lei stessa fa leva, proprio perché non si tratta di un personaggio qualsiasi, bensì della sindaca che «si poneva come una delle voci più ferme e intransigenti contro l’immigrazione sul territorio». Ciò che rileva lei lo hanno rivelato in molti cittadini, non potevamo certo nasconderlo noi. La seconda invece concerne il garantismo, facile da pretendere, assai più arduo concedere. In questo caso non vogliamo essere retorici: al di là della presunzione d’innocenza, che vale sempre, per legge, per tutti, un giornale degno di tal nome non ha che una stella polare da seguire: dare conto dei fatti. Sia quando emergono le imputazioni, sia quando l’iter procede e poi si chiude, concedendo la stessa evidenza, specialmente nel caso in cui l’inchiesta finisca in niente (l’ultimo esempio è di ieri, con l’insegnante del Pastori, che ha avuto lo stesso spazio in pagina sia quando sono emerse le accuse di maltrattamenti, sia allorché il caso è stato archiviato, non ravvisando i giudici alcun reato, «al più comportamenti a volte eccessivamente autoritari o sgraziati»).
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