Lettere al direttore

La scuola Franchi e quella luce che oramai pare spenta

Mi permetta di affidare al suo giornale questa mia riflessione, che non vuole trasformarsi in una polemica, ma semplicemente portare a conoscenza una situazione critica che molti genitori del mio quartiere stanno vivendo. Al Villaggio Sereno c’era una scuola secondaria di primo grado meravigliosa. Una Scuola con la «S» maiuscola, un luogo al quale affidare i nostri figli con gioia e con la certezza che, oltre a essere istruiti, sarebbero stati accompagnati nella loro crescita. Scrivo «c’era» perché, purtroppo, oggi è rimasto solo il nome. Tra le sue mura viveva una vera comunità educante, che non si limitava a insegnare matematica o italiano, ma sapeva accompagnare i ragazzi attraverso esperienze, relazioni e occasioni capaci di lasciare un segno. Ogni anno venivano organizzati viaggi di istruzione, settimane dell’intercultura, progetti del Consiglio di Quartiere dei Ragazzi e tante altre iniziative. Mio figlio maggiore, per esempio, ha partecipato al viaggio a Campo Tres e ha vissuto tre giorni di autentica disconnessione: ancora oggi li ricorda come uno dei momenti più belli della sua vita. E poi c’era il coro, «La Ciurma», che ha sempre trovato il modo di dare voce anche a chi, di voce, pensava di non averne. Un piccolo esempio, forse, ma che racconta bene che cosa significasse quella scuola: non soltanto istruzione, ma inclusione, appartenenza e crescita. L’anno scorso ho iniziato a percepire un cambiamento di rotta: meno gite, il coro che iniziava a gennaio, meno progetti. Era come se qualcosa si fosse spento. Eppure continuavo a credere fermamente che una scuola con i valori che la Franchi aveva sempre incarnato non potesse essere spazzata via semplicemente da un cambio di dirigenza. Oggi, purtroppo, è difficile non chiedersi se proprio quel cambio di dirigenza non stia invece mettendo in discussione ciò che negli anni è stato costruito. Il nuovo anno scolastico è iniziato nel peggiore dei modi. Docenti di ruolo sono stati spostati da una classe all’altra come pedine, senza tenere adeguatamente conto del fatto che, per gli adolescenti, i professori rappresentano punti di riferimento fondamentali nel percorso di crescita. Ci lamentiamo continuamente della precarietà degli insegnanti e della necessità di garantire continuità didattica; poi, paradossalmente, permettiamo che quella stessa continuità venga interrotta da decisioni della dirigenza che, almeno agli occhi delle famiglie, appaiono incomprensibili e non adeguatamente motivate. E il problema non riguarda soltanto le decisioni prese, ma anche il modo in cui vengono comunicate. Quando noi genitori chiediamo spiegazioni, spesso le nostre mail rimangono senza risposta. Quando telefoniamo, talvolta ci troviamo di fronte a modi che non aiutano certo a costruire quel rapporto di collaborazione tra scuola e famiglia che dovrebbe essere alla base di ogni ambiente educante. Una scuola non può chiedere alle famiglie fiducia e collaborazione se, dall’altra parte, non è disposta ad ascoltare, spiegare e confrontarsi. Non scrivo questa lettera per difendere una situazione personale o per contestare una singola decisione. Scrivo perché credo fermamente nella scuola pubblica e perché penso che una scuola non sia fatta soltanto di programmi, orari e discipline, ma soprattutto di persone, relazioni e valori. Mi auguro quindi che la nuova dirigenza si fermi ad ascoltare chi quella scuola la vive ogni giorno: gli insegnanti, le famiglie e soprattutto i ragazzi. Perché una scuola così non dovrebbe essere semplicemente amministrata. Dovrebbe essere custodita.

Lettera firmata

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