La fisicità estrema ha oscurato il tennis elegante
Prima di un fastidioso infortunio, ero un frequentatore di campi in terra rossa. Ora, da spettatore più che da praticante, mi sto godendo gli illustrissimi successi tricolori. Insieme a questi ultimi, stanno facendo notizia anche i ripetuti infortuni che sempre più spesso tolgono dal tabellone i campioni del momento. Una osservazione sorge spontanea: non si sta un poco esagerando con le pretese di rendimento da parte del sovraccaricato atleta di turno? Preparazione fisica molto pesante, un torneo dopo l’altro, approccio al gioco che fa incessante riferimento alla potenza muscolare, sembrano gli ingredienti che conducono inevitabilmente al ricorrente declino fisico, più o meno prolungato. Il tennis è uno sport di una eleganza tale che non deve mai prestare il fianco alla fisicità fine a sé stessa. La capacità di accarezzare la palla, anziché solo bastonarla, la visione di gioco che conduce ad una pluralità di colpi carichi di strategia oltre che di forza, sembrano ricordi del passato. A tal proposito, riprendo un esilarante spezzone di film in cui il mitico Adriano Panatta ammoniva il suo giovane inesperto ed improvvisato interlocutore circa il fatto che ormai si è più attenti al risultato che al bel gioco, al bel punto: «...a che serve battere a 220 chilometri all’ora? Non è meglio un servizio con slice ad uscire seguito da una bella volée?!...» (e raffinati rovesci in back, aggiungo io, con il pensiero rivolto a tutti i miei cari amici avversari).
Emanuele Bresciani
Brescia
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