La fede ci ricorda che la morte non è fine ma attesa
Sono i giorni dei morti, i giorni del ricordo. Varco la soglia del camposanto, mondo arcano di silenzio e di mistero, luogo dove la memoria si fa «giardino», dove i ricordi «fioriscono» e la distanza svanisce. Tra i viali silenziosi dagli alti cipressi, passi leggeri cercano un volto, un nome scolpito nel freddo del marmo. Tombe recenti, lucide, coperte di fiori e ceri accesi, altre spoglie e disadorne, con fiori artificiali sbiaditi dal sole, vasi rimasti asciutti per anni, lapidi spezzate, croci scolorite e screpolate. Eppure, in quell’abbandono, si avverte la sacralità di una vita che è stata vissuta e che ora appartiene interamente all’eternità. È il tempo del ricordo, tempo per rendere omaggio a chi non c’è più: silenzi, sguardi tristi, lacrime che diventano preghiere, occhi sgomenti o rassegnati, carichi di speranza, in un dialogo che parla anche senza parole con le fotografie sorridenti. È il giorno della rimembranza, il difficile viaggio della vita si è concluso qui, con separazioni dolorose che hanno bisogno di elaborazione, nella nostalgia e nel rimpianto a cui non si è capaci di dare un senso. Raggiungo le tombe dei miei cari, coloro che mi hanno accompagnato per un tratto della mia vita: molto doloroso è stato il distacco da loro, eravamo una famiglia composta da cinque persone, adesso sono rimasta solo io e, soprattutto ora che sono anziana, ne sento maggiormente la mancanza. Il tempo non attenua il rimpianto, non cancella il ricordo, unica eredità lasciata, né l’infinito amore per loro, ma mi consola sapere che non esiste separazione definitiva finché esiste la memoria, unico modo di trattenere qualcuno, quando le braccia non possono più farlo. Un fiore, un cero, una preghiera prima di lasciare quelle tombe dove i miei cari riposano in quella pace che attende anche tutti noi alla conclusione dei nostri giorni. La fede mi ricorda che la morte non è la fine, ma un passaggio alla vita eterna, poiché i defunti sono vivi in Dio, in attesa del giorno in cui la meta sarà comune e la gioia piena. Lascio questo luogo non più col peso del distacco, ho riacquistato «leggerezza», ho capito che ricordare non significa trattenere un’ombra, ma liberare una luce, sapendo che chi ho amato non è rimasto indietro, ma cammina al mio fianco, sussurrandomi che l’amore sopravvive sempre al tempo.
Lucia Zeni
Brescia
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